Riportiamo la politica nella dimensione sociale
Le attuali e assai serie difficoltà che incontra il progetto del Partito Democratico sono da ricondursi anche a un problema di fondo di cultura politica carente, confusa e insufficiente?
Personalmente ritengo di sì e penso anche che c’è bisogno di affrontare la questione nella giusta ottica e allargare l’orizzonte della riflessione. In fin dei conti, i problemi preesistono alla nascita del Pd e riguardano l’intera area delle forze della sinistra riformista europea. Le risposte messe a punto negli anni Novanta, pur se talora vincenti sul piano elettorale, si sono rivelate inadeguate e fuorvianti, e in alcune occasioni del tutto sbagliate. Oggi il vuoto di analisi e la debolezza della proposta si manifestano con evidenza: non abbiamo capito bene che cosa stava accadendo intorno a noi. In sostanza, mi sembra che si sia rinunciato a costruire un punto di vista, critico ma non ideologico, sulla fase storica che stiamo attraversando. L’incapacità di produrre una interpretazione critica dei processi di riorganizzazione del potere e dei poteri, su scala globale e nazionale, ha impedito l’elaborazione di una risposta politica autonoma, al punto che in più occasioni l’iniziativa è invece venuta (e continua a venire) da una destra più spregiudicata di quanto ci si potesse aspettare. La necessaria modernizzazione dei paradigmi tradizionali della sinistra democratica si è a poco a poco trasformata in acquiescenza e subalternità all’egemonia del fondamentalismo di mercato. La politica si è indebolita e ha perso autonomia: la campagna sui “costi della politica”, sicuramente giustificata dagli sprechi, distorsioni e superfetazioni burocratiche, ha finito per occultare uno dei problemi fondamentali delle nostre democrazie, vale a dire il fatto che in esse ormai la politica dipende quasi del tutto dal denaro e che «il denaro compra l’accesso al potere» (Rawls). Nella errata convinzione di mettersi al passo con i tempi e forse di rafforzare la nostra legittimazione a governare, abbiamo accettato di competere su un terreno sul quale non potevamo che perdere (come quando, anziché “battagliare” per dare nuove regole ai mercati finanziari e agli istituti di credito, si è preferito accarezzare l’idea di avere banche «nostre»). Ci avviciniamo così a quello che, a mio parere, è il punto centrale: noi abbiamo assistito in modo sostanzialmente passivo allo smantellamento della «mentalità pubblica». …continua sull’Unità…
| Versione in PDF [pubblicato ieri nell'edizione Nazionale (pagina 21) nella sezione "Politica"]
Per la verità, pochi si presero la briga di cercare di capire il perché di questa posizione. Fra i pochi ci furono gli iscritti al Pd di Santa Croce, nel cuore di Firenze, vale a dire il mio circolo territoriale. È un circolo un po’ nomade, perché non ha una sede fisica e infatti ci ritrovammo, una sessantina di persone, in una sala prenotata per l’occasione. Facemmo una cosa demodé: parlammo di politica. Io spiegai che non ce l’avevo affatto con il progetto del Pd, ma nutrivo perplessità sul modo in cui veniva realizzandosi. Fra l’altro sostenni che non mi convinceva un partito che equiparava gli iscritti agli elettori e rischiava di essere assorbito dalla attività di preparazione e gestione delle “primarie” a scapito della elaborazione programmatica e della discussione politica, con organismi dirigenti che diventavano sempre più arene di scontro fra comitati elettorali (forma mutante delle correnti) e sempre meno spazi di confronto. A questo punto ponevo la domanda provocatoria: «Se è così, a che serve iscriversi?». Comunque, al termine dell’assemblea ci fu il lieto fine e io presi la tessera del Pd. Non me ne sono affatto pentito e mi fa piacere che oggi siano in parecchi a formulare più o meno i miei stessi dubbi di allora. Perché oggi torno a parlare di questo?


