Capitolo 2

“PER UN AGIRE POLITICO AUTONOMO”

Le istituzioni politiche, con le quali abbiamo oggi a che fare nella maggior parte dei paesi europei, si ispirano a principi costituzionali di carattere liberale e democratico.

Il rapporto fra liberalismo e democrazia non è sempre stato semplice e lineare, ma le due concezioni politiche sono venute storicamente integrandosi e nell’epoca attuale (databile, in questo caso, a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale) ci siamo abituati a considerare il procedimento democratico e gli ideali liberali come complementari.

Quando in questa sede si parla di “democrazia liberale”, non ci si intende tuttavia tanto riferire a particolari esperienze di carattere storico-politico, quanto piuttosto ad alcuni principi posti a base dell’ordinamento statuale, primi fra tutti quelli relativi alla garanzia e allo sviluppo della libertà personale, alla limitazione e alla divisione dei poteri attribuiti al “sovrano” (ossia, allo stato), al riconoscimento di un certo numero di diritti fondamentali individuali e collettivi, al pluralismo (inteso come legittimazione della possibilità del formarsi di punti di vista differenti entro lo “spazio pubblico”) e alla statuizione di regole che definiscano le procedure attraverso le quali si svolge il dibattito pubblico democraticamente partecipato, al fine di giungere a delle decisioni conclusive, deliberate a maggioranza, in un contesto di democrazia rappresentativa.

La tesi di fondo è che, nella fase storica attuale, la Sinistra dovrebbe porsi l’obiettivo primario di difendere, valorizzare e sviluppare tali principi di ispirazione liberaldemocratica, nel momento in cui, nella nostra società, sembrano prendere sempre più forza tendenze di tipo gerarchico-autoritario, sia nelle classi dirigenti che a livello di opinione pubblica diffusa.

Oggi essere “di sinistra” significa anche battersi perché i principi della democrazia liberale, applicati alle istituzioni statuali, non siano relegati in soffitta, annichiliti e denegati.

In particolare, ciò che qui interessa è la questione della autonomia della sfera pubblica politico-istituzionale, che dovrebbe costituire un tratto distintivo dello stato di tipo liberaldemocratico moderno.

Questa autonomia, per quanto relativa e limitata possa essere, rappresenta un bene prezioso ed è interesse della Sinistra preservarla e ampliarla in ogni modo possibile, fermo restando, naturalmente, che questa stessa autonomia è soggetta alle regole del metodo democratico e non deve portare né ad una autosufficienza dell’agire politico né al costituirsi dei rappresentanti e dei dirigenti politici in “ceto” separato.

L’autonomia della politica istituzionale dovrebbe affermarsi, anzitutto, nei confronti delle grandi concentrazioni del potere economico-finanziario privato, rispetto alle tecno-strutture degli apparati burocratici complessi e verso gli altri poteri istituzionali (si pensi, per esempio, al potere giudiziario e al rischio della sua esorbitanza nel campo della politica).

Il problema è che la politica istituzionale si sviluppa necessariamente nello “spazio pubblico”, ma non sempre assume la forma di “fatto pubblico autonomo”. Perché ciò avvenga è indispensabile che l’agire politico abbia carattere di autonomia.

Tuttavia, l’agire politico entro lo “spazio pubblico” può essere informato, come si è detto, a una logica di tipo “privatistico”, che, proprio in virtù dei principi liberali e democratici, ha la piena legittimità di costituirsi come punto di vista e di esprimersi come posizione politica. Tale logica, evidentemente, non può essere espunta in maniera coercitiva dallo “spazio pubblico” medesimo, ma va contrastata in via di principio a livello di lotta politica, poiché il suo prevalere entro tale “spazio” non può non alterare la natura di “fatto pubblico autonomo” della politica.

Si è già visto quanto profonda sia stata la trasformazione della politica, in particolare dalla seconda metà degli anni Ottanta in poi, per la penetrazione in essa di ciò che si è definito “logica del business”.

La questione, tuttavia, non va affrontata soltanto sul piano etico-politico, ma anche dal punto di vista teorico.

C’è una differenza fondamentale fra l’approccio privatistico (in modo particolare, quello derivante dai modelli del “business”) e l’agire politico come “fatto pubblico autonomo”: con le dovute distinzioni, è la stessa differenza che passa fra il “comandare” e il “governare”.

Il procedimento decisionale di tipo “privato-economico” si basa su una concezione gerarchica e unilaterale dell’uso del potere, che, se comprensibile nel campo del “business”, induce forti distorsioni quando utilizzata entro lo “spazio pubblico” della politica istituzionale.

Un agire politico imperniato su principi liberali e democratici non può perciò identificarsi con il modo di operare tipico del “business”. Questo si pone delle finalità che presuppongono una capacità previsionale e una responsabilità sociale oggettivamente limitate, che non implicano lo svolgimento di un dibattito pubblico, la ricerca del consenso e la costruzione di legami sociali e che hanno a che fare con una particolare concezione della assunzione del rischio. Anche da un punto di vista puramente quantitativo, quando il procedimento decisionale avviene entro la sfera pubblica, aumenta (o comunque, si differenzia) il numero delle variabili da considerare per valutare le conseguenze del proprio agire in vista dei risultati che si intende ottenere.

Per spiegare questa, peraltro basilare, differenza specifica fra logica dell’agire privato e politica come fatto pubblico, si può perfino ricorrere, a scopo esemplificativo, a una delle frasi emblematiche della stessa “teoria del business”, interpretandola in modo un po’ elastico ed estendendola al campo della politica: “Managers do things right. Leaders do the right things”. Laddove i primi (i “manager”) agirebbero anzitutto secondo una tecnica e una prassi ispirate alle regole del “business”, mentre i secondi (i “leader”) dovrebbero tenere conto della maggiore varietà e complessità di fattori (sia di interesse materiale che culturale o valoriale), che concorrono alla formazione della decisione. In particolare, ciò accade quando essa ha carattere di “fatto pubblico politico”.

È ovvio che questa distinzione di ruoli non mette al riparo da decisioni che, alla prova dei fatti, possono rivelarsi errate o imperfette. Tuttavia, l’idea che la politica statuale-istituzionale, in quanto è “fatto pubblico”, richieda un agire politico che non può essere attuazione di finalità, in misura esclusiva o preponderante, di tipo privato o personale, traccia una linea di demarcazione di fondo, il cui oltrepassamento non mette soltanto in discussione principi etici o valori ideali (fatto che, per alcuni, può avere una importanza assolutamente secondaria), ma determina gradualmente squilibri di portata sistemica, che possono mettere in crisi il funzionamento di un ordinamento politico-costituzionale basato su fondamenti di carattere liberale e democratico.

Questo significa che teoricamente sarebbe possibile lavorare a un modello comportamentale e procedurale dell’agire politico informato al principio di autonomia, derivante dalla concezione liberale e democratica delle istituzioni statuali.

Si tratta di un compito assai complesso, che in astratto appare possibile affrontare, ma la cui fattibilità è tutta da verificare e richiede un lavoro approfondito, che non è possibile svolgere in questa sede, dove interessa soprattutto delineare una riflessione sulla politica da un possibile punto di vista “di sinistra”, anche se è giusto sottolineare che il tentativo di ridare forza e dignità all’agire politico come fatto autonomo, non riguarda certo soltanto la Sinistra. Del resto, va ricordato che, nell’ambito della politica istituzionale, esiste un “territorio comune”, nel quale è del tutto normale, per esempio, che governi di diversa matrice politica si ritrovino a fare più o meno le stesse cose e schieramenti alternativi condividano almeno i principi fondativi del quadro politico-istituzionale.

In ogni caso, l’agire politico dentro le istituzioni non può essere ridotto, come si è detto, a pura “tecnica” né è possibile interpretarlo come rappresentanza di interessi di gruppi sociali e basta.

Entro lo “spazio pubblico” prende corpo un processo che dovrebbe almeno in parte mutare le condizioni date in partenza (ivi comprese le istanze e le posizioni dei soggetti coinvolti nel processo), che ha a che fare con l’analisi e l’elaborazione programmatica, con la selezione delle priorità, con i rapporti di forza, con il costituirsi e lo sciogliersi di alleanze e convergenze, con la praticabilità di mediazioni fra le diverse posizioni, con l’individuazione realistica degli obiettivi che è possibile conseguire e dei punti di programma che sono negoziabili o non negoziabili.

Esistono una prassi, una cultura e perfino un’”arte” della politica istituzionale, che vanno recuperate e dovrebbero essere rifondate non sul “professionismo”, ma sulla “professionalità” del fare politica: la conoscenza puntuale e rigorosa delle questioni trattate, la visione ampia delle situazioni e dei problemi con le loro molteplici connessioni, la capacità previsionale e lo sguardo di prospettiva, vale a dire l’andare oltre le mere enunciazioni retoriche di principio e il non perdere di vista lo svolgersi dei processi attuativi delle misure decise e approvate, verificandone di volta in volta la validità e l’efficacia “in itinere” (una sorta di “diacronia dell’agire politico”). Sono alcune esemplificazioni, abbastanza definite, di ciò che si può intendere quando si parla di un modello di agire politico improntato a principi di autonomia.

La Sinistra ha alcune caratteristiche ideali e culturali, che la renderebbero adatta a svolgere un compito volto alla riqualificazione generale dell’agire politico. Tuttavia, essa ha sempre manifestato anche limiti, lacune e una certa approssimazione in termini di elaborazione teorica relativamente alle forme della politica. Se questa affermazione è vera (e, in questa sede, la si considera tale), allora bisogna prima di tutto cercare di capire perché ciò sia avvenuto.

“La Politica e la Sinistra”

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