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L’intervista sul Corriere Fiorentino
lunedì 21 giugno 2010

Questa l’intervista apparsa ieri sul Corriere Fiorentino a firma di David Allegranti.

FirenzeLeonardo Domenici è stato l’unico europarlamentare del Pd a votare contro la soppressione dell’articolo che stabilisce il divieto nelle etichette di attribuire ai prodotti alimentari particolari benefici per la salute non dimostrati da evidenze scientifiche ed approvati dall’Agenzia comunitaria per la salute alimentare. Per quel voto, che è stato decisivo, si è guadagnato il titolo (dal Riformista) di «traditore della Nutella». Ma a casa sua c’è un bel vasetto di crema Ferrero.

Il leghista Borghezio dice che con questo voto hanno vinto le lobby antitaliane.

«Secondo la logica di Borghezio non ci divideremmo più sulla base delle nostre convinzioni, delle nostre idee e dei nostri programmi, ma sul fatto che uno obbedisce alle multinazionali del Sud e un altro alle multinazionali del Nord. Il che equivale a dire che la politica è morta. Per quanto riguarda il merito, non è vero che la reiezione dell’emendamento soppressivo di quell’articolo del regolamento comporta il fatto che la Nutella vada fuori legge».

Ma insomma: lei è sì o no un traditore della Nutella?

«Punto uno: si tratta di un voto in prima lettura della revisione del regolamento, ma deve ancora essere discusso in sede di Consiglio Ue e poi tornerà in seconda lettura al Parlamento; l’idea quindi che ci sia già una norma in vigore per cui la Nutella è fuori legge è priva di sostanza. In secondo luogo, l’industria alimentare ha comunque un congruo periodo di tempo— mi pare 3 anni — per adeguarsi a queste nuove regole. In terzo luogo, questa norma non fa altro che sollecitare indicazioni più precise in termini di contenuti dei prodotti alimentari, e sostanzialmente vieta alle industrie di promuovere il prodotto sostenendo che comporti effetti benefici quando questo non sia comprovato da una adeguata analisi da parte dell’Agenzia europea per la sicurezza alimentare».

Le lobby pesano non poco a Bruxelles…

«Moltissimo, ma va bene, perché è un’attività che si svolge alla luce del sole. Il problema non è il rapporto con le lobby, ma come si reagisce, come ci si atteggia, come ci si comporta rispetto a queste pressioni. Il problema è se la politica abdica a una sua funzione autonoma e quindi se la formazione di una decisione avviene sulla base di un dibattito reale, di una indicazione di contenuti programmatici e sulla base di una discussione vera o invece ci si limita a essere passivi recettori delle istanze che le lobby portano avanti. È un problema che riguarda più la politica che le lobby». C’è il Pd nel suo mirino? «Il problema riguarda il Pd perché nel caso specifico c’è stata una distinzione molto ampia da parte del Pd rispetto alle indicazioni che su questo provvedimento venivano dal gruppo dei Socialisti e dei Democratici. Può capitare che delegazioni nazionali si differenzino su punti specifici quando sono in gioco questioni che riguardano interessi reali o presunti a livello nazionale. Ma poi c’è il problema di come la delegazione del Pd discute». Che cosa non le piace? «Bisogna riflettere se si affrontano determinate questioni e determinati argomenti al proprio interno e soprattutto in relazione al fatto che all’inizio di questa legislatura è stata compiuta la scelta di essere parte integrante di un gruppo parlamentare di un’assemblea elettiva e legislativa; scelta che comporta determinate conseguenze. Io credo che non comporti una disciplina ferrea, ma perlomeno che si abbia una relazione di confronto continuo e costante e che ci sia il più possibile la ricerca di posizioni unitarie. Quindi per esempio se arriva all’ultimo momento una lista di voto ampiamente alternativa, come in questo caso, può destare qualche dubbio soprattuto se non è accompagnata da una adeguata discussione politica precedente». Ma cos’è questa lista alternativa? «L’elenco degli emendamenti da votare con la relativa posizione del gruppo. Il Pd poco prima del voto ne ha presentata una alternativa all’alleanza S&D che differiva per oltre la metà da quella di tutto il gruppo».

Insomma, c’è un problema: il Pd in Europa va da una parte e il gruppo dei socialisti e democratici da un’altra…

«In parte il problema è già risolto almeno per quanto riguarda la nostra collocazione parlamentare: oggi stiamo tutti nel gruppo socialista. Certo con una nostra autonomia, una nostra particolarità, una nostra specificità, come è giusto che sia. A monte di questo c’è un problema politico di carattere più generale, che riguarda la collocazione a livello europeo non nelle assemblee elettive o legislative come il Parlamento europeeo, ma del partito come tale».

Ma quale dovrebbe essere la rotta da seguire?

«Io ritengo che la prospettiva debba essere quella di un rapporto sempre più stretto con la rete delle forze socialiste, socialdemocratiche e laburiste europee. Di questo bisogna discutere apertamente e siccome secondo me il Partito Democratico è un partito in cui si litiga troppo ma si discute poco, penso che quando c’è qualche problema non sia giusto fare come con la polvere che in salotto dà fastidio, mettendola sotto il tappeto. Penso che sia giusto prendere l’aspirapolvere o decidere di spazzare democraticamente il pavimento».

Mica vorrà spazzar via Marini e tutti gli ex popolari?

«In questo momento il socialismo europeo è in grande difficoltà, ma proprio per questo è ilmomento opportuno per noi come Pd di essere più protagonisti dentro quella realtà. Proprio perché l’esperienza originale del Partito Democratico potrebbe rappresentare un contributo anche ad allargare e ampliare l’area delle forze che fanno parte di questo mondo della sinistra riformista, democratica, moderata a livello europeo. Il problema non è stare più direttamente dentro la rete del socialismo europeo per far fuori una componente interna al Pd, anzi, io mi auguro che tutte le componenti interne al Pd si rendano conto che in questo momento il Pd deve trovare meglio e di più una sua collocazione politica a livello europeo. In un momento cruciale per la vita dell’Europa, dove si stanno facendo cose importanti e dove c’è una crisi della sinistra progressista, della quale noi dobbiamo far parte, non possiamo come Pd rappresentare una sorta di anomalia, ma dobbiamo collocarci con la nostra originalità in un contesto, in una area precisa, in una rete di relazioni che però è molto chiara ed esplicita. Senza riserve mentali».

Questa difficoltà a collocarsi deriva dalla mancanza di idee?

«Manca una sorta di precondizione: se tu non crei le condizoni e i luoghi e gli spazi e le occasioni per poter alimentare il confronto fra idee anche diverse, difficilmente poi si producono idee nuove. A me va bene che si facciano manifestazioni contro la manovra del governo, ma noi abbiamo il dovere come sinistra progressista europea di elaborare e di dare un indirizzo alternativo alla crisi che non si limita alla contestazione dei contenuti delle manovre di centrodestra». Il segretario Bersani non lo fa? «Bersani fa uno sforzo, ma se questo sforzo non si colloca in chiave europea non ha senso».

Nel Pd è già battaglia sulla leadership del 2013. Lei si schiera?

«Non si risolvono i problemi con l’arrivo del salvatore. E bisogna smettere con l’idea che ognuno di noi – ma io non sono di questa partita – pensa che potrebbe essere il salvatore. Il problema di leadership esiste, ma non nasce dal fatto che c’è una logica inflazionistica di autocandidature per la quale ciascuno pensa di essere in grado di risolvere il problema. Prima abbiamo bisogno di creare una base, un sostrato. Questo è un errore che abbiamo fatto in questi anni: la tradizione della sinistra nella sua storia ha sempre valorizzato il fatto che la leadership era espressione di una realtà collettiva, mentre è proprio della destra creare la realtà collettiva a partire dal capo. Alla fine diventa più importante se tu sei più bravo a fare la battuta più brillante, piuttosto che se sei in grado di conoscere bene i problemi».


Luana dice il

Tra una battuta brillante e l’altra, mi ero quasi dimenticata che un politico può anche dire cose in grado di far riflettere e discutere. Mi hai incuriosito con il voto sulla Nutella, ma mi hai convinto con il ragionamento sulla leadership come espressione di una realtà collettiva.
Grazie mille, onorevole!

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