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Capitolo 2

“PER UN AGIRE POLITICO AUTONOMO”

Le istituzioni politiche, con le quali abbiamo oggi a che fare nella maggior parte dei paesi europei, si ispirano a principi costituzionali di carattere liberale e democratico.

Il rapporto fra liberalismo e democrazia non è sempre stato semplice e lineare, ma le due concezioni politiche sono venute storicamente integrandosi e nell’epoca attuale (databile, in questo caso, a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale) ci siamo abituati a considerare il procedimento democratico e gli ideali liberali come complementari.

Quando in questa sede si parla di “democrazia liberale”, non ci si intende tuttavia tanto riferire a particolari esperienze di carattere storico-politico, quanto piuttosto ad alcuni principi posti a base dell’ordinamento statuale, primi fra tutti quelli relativi alla garanzia e allo sviluppo della libertà personale, alla limitazione e alla divisione dei poteri attribuiti al “sovrano” (ossia, allo stato), al riconoscimento di un certo numero di diritti fondamentali individuali e collettivi, al pluralismo (inteso come legittimazione della possibilità del formarsi di punti di vista differenti entro lo “spazio pubblico”) e alla statuizione di regole che definiscano le procedure attraverso le quali si svolge il dibattito pubblico democraticamente partecipato, al fine di giungere a delle decisioni conclusive, deliberate a maggioranza, in un contesto di democrazia rappresentativa.

La tesi di fondo è che, nella fase storica attuale, la Sinistra dovrebbe porsi l’obiettivo primario di difendere, valorizzare e sviluppare tali principi di ispirazione liberaldemocratica, nel momento in cui, nella nostra società, sembrano prendere sempre più forza tendenze di tipo gerarchico-autoritario, sia nelle classi dirigenti che a livello di opinione pubblica diffusa.

Oggi essere “di sinistra” significa anche battersi perché i principi della democrazia liberale, applicati alle istituzioni statuali, non siano relegati in soffitta, annichiliti e denegati.

In particolare, ciò che qui interessa è la questione della autonomia della sfera pubblica politico-istituzionale, che dovrebbe costituire un tratto distintivo dello stato di tipo liberaldemocratico moderno.

Questa autonomia, per quanto relativa e limitata possa essere, rappresenta un bene prezioso ed è interesse della Sinistra preservarla e ampliarla in ogni modo possibile, fermo restando, naturalmente, che questa stessa autonomia è soggetta alle regole del metodo democratico e non deve portare né ad una autosufficienza dell’agire politico né al costituirsi dei rappresentanti e dei dirigenti politici in “ceto” separato.

L’autonomia della politica istituzionale dovrebbe affermarsi, anzitutto, nei confronti delle grandi concentrazioni del potere economico-finanziario privato, rispetto alle tecno-strutture degli apparati burocratici complessi e verso gli altri poteri istituzionali (si pensi, per esempio, al potere giudiziario e al rischio della sua esorbitanza nel campo della politica).

Il problema è che la politica istituzionale si sviluppa necessariamente nello “spazio pubblico”, ma non sempre assume la forma di “fatto pubblico autonomo”. Perché ciò avvenga è indispensabile che l’agire politico abbia carattere di autonomia.

Tuttavia, l’agire politico entro lo “spazio pubblico” può essere informato, come si è detto, a una logica di tipo “privatistico”, che, proprio in virtù dei principi liberali e democratici, ha la piena legittimità di costituirsi come punto di vista e di esprimersi come posizione politica. Tale logica, evidentemente, non può essere espunta in maniera coercitiva dallo “spazio pubblico” medesimo, ma va contrastata in via di principio a livello di lotta politica, poiché il suo prevalere entro tale “spazio” non può non alterare la natura di “fatto pubblico autonomo” della politica.

Si è già visto quanto profonda sia stata la trasformazione della politica, in particolare dalla seconda metà degli anni Ottanta in poi, per la penetrazione in essa di ciò che si è definito “logica del business”.

La questione, tuttavia, non va affrontata soltanto sul piano etico-politico, ma anche dal punto di vista teorico.

C’è una differenza fondamentale fra l’approccio privatistico (in modo particolare, quello derivante dai modelli del “business”) e l’agire politico come “fatto pubblico autonomo”: con le dovute distinzioni, è la stessa differenza che passa fra il “comandare” e il “governare”.

Il procedimento decisionale di tipo “privato-economico” si basa su una concezione gerarchica e unilaterale dell’uso del potere, che, se comprensibile nel campo del “business”, induce forti distorsioni quando utilizzata entro lo “spazio pubblico” della politica istituzionale.

Un agire politico imperniato su principi liberali e democratici non può perciò identificarsi con il modo di operare tipico del “business”. Questo si pone delle finalità che presuppongono una capacità previsionale e una responsabilità sociale oggettivamente limitate, che non implicano lo svolgimento di un dibattito pubblico, la ricerca del consenso e la costruzione di legami sociali e che hanno a che fare con una particolare concezione della assunzione del rischio. Anche da un punto di vista puramente quantitativo, quando il procedimento decisionale avviene entro la sfera pubblica, aumenta (o comunque, si differenzia) il numero delle variabili da considerare per valutare le conseguenze del proprio agire in vista dei risultati che si intende ottenere.

Per spiegare questa, peraltro basilare, differenza specifica fra logica dell’agire privato e politica come fatto pubblico, si può perfino ricorrere, a scopo esemplificativo, a una delle frasi emblematiche della stessa “teoria del business”, interpretandola in modo un po’ elastico ed estendendola al campo della politica: “Managers do things right. Leaders do the right things”. Laddove i primi (i “manager”) agirebbero anzitutto secondo una tecnica e una prassi ispirate alle regole del “business”, mentre i secondi (i “leader”) dovrebbero tenere conto della maggiore varietà e complessità di fattori (sia di interesse materiale che culturale o valoriale), che concorrono alla formazione della decisione. In particolare, ciò accade quando essa ha carattere di “fatto pubblico politico”.

È ovvio che questa distinzione di ruoli non mette al riparo da decisioni che, alla prova dei fatti, possono rivelarsi errate o imperfette. Tuttavia, l’idea che la politica statuale-istituzionale, in quanto è “fatto pubblico”, richieda un agire politico che non può essere attuazione di finalità, in misura esclusiva o preponderante, di tipo privato o personale, traccia una linea di demarcazione di fondo, il cui oltrepassamento non mette soltanto in discussione principi etici o valori ideali (fatto che, per alcuni, può avere una importanza assolutamente secondaria), ma determina gradualmente squilibri di portata sistemica, che possono mettere in crisi il funzionamento di un ordinamento politico-costituzionale basato su fondamenti di carattere liberale e democratico.

Questo significa che teoricamente sarebbe possibile lavorare a un modello comportamentale e procedurale dell’agire politico informato al principio di autonomia, derivante dalla concezione liberale e democratica delle istituzioni statuali.

Si tratta di un compito assai complesso, che in astratto appare possibile affrontare, ma la cui fattibilità è tutta da verificare e richiede un lavoro approfondito, che non è possibile svolgere in questa sede, dove interessa soprattutto delineare una riflessione sulla politica da un possibile punto di vista “di sinistra”, anche se è giusto sottolineare che il tentativo di ridare forza e dignità all’agire politico come fatto autonomo, non riguarda certo soltanto la Sinistra. Del resto, va ricordato che, nell’ambito della politica istituzionale, esiste un “territorio comune”, nel quale è del tutto normale, per esempio, che governi di diversa matrice politica si ritrovino a fare più o meno le stesse cose e schieramenti alternativi condividano almeno i principi fondativi del quadro politico-istituzionale.

In ogni caso, l’agire politico dentro le istituzioni non può essere ridotto, come si è detto, a pura “tecnica” né è possibile interpretarlo come rappresentanza di interessi di gruppi sociali e basta.

Entro lo “spazio pubblico” prende corpo un processo che dovrebbe almeno in parte mutare le condizioni date in partenza (ivi comprese le istanze e le posizioni dei soggetti coinvolti nel processo), che ha a che fare con l’analisi e l’elaborazione programmatica, con la selezione delle priorità, con i rapporti di forza, con il costituirsi e lo sciogliersi di alleanze e convergenze, con la praticabilità di mediazioni fra le diverse posizioni, con l’individuazione realistica degli obiettivi che è possibile conseguire e dei punti di programma che sono negoziabili o non negoziabili.

Esistono una prassi, una cultura e perfino un’”arte” della politica istituzionale, che vanno recuperate e dovrebbero essere rifondate non sul “professionismo”, ma sulla “professionalità” del fare politica: la conoscenza puntuale e rigorosa delle questioni trattate, la visione ampia delle situazioni e dei problemi con le loro molteplici connessioni, la capacità previsionale e lo sguardo di prospettiva, vale a dire l’andare oltre le mere enunciazioni retoriche di principio e il non perdere di vista lo svolgersi dei processi attuativi delle misure decise e approvate, verificandone di volta in volta la validità e l’efficacia “in itinere” (una sorta di “diacronia dell’agire politico”). Sono alcune esemplificazioni, abbastanza definite, di ciò che si può intendere quando si parla di un modello di agire politico improntato a principi di autonomia.

La Sinistra ha alcune caratteristiche ideali e culturali, che la renderebbero adatta a svolgere un compito volto alla riqualificazione generale dell’agire politico. Tuttavia, essa ha sempre manifestato anche limiti, lacune e una certa approssimazione in termini di elaborazione teorica relativamente alle forme della politica. Se questa affermazione è vera (e, in questa sede, la si considera tale), allora bisogna prima di tutto cercare di capire perché ciò sia avvenuto.

“La Politica e la Sinistra”

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Capitolo 3

”LA SINISTRA, LA POLITICA E LE ISTITUZIONI”

La Sinistra ha sempre avuto un rapporto complicato, alle volte contraddittorio e paradossale, certamente irrisolto e per certi aspetti perfino perverso con le istituzioni statuali e la politica istituzionale.

Nella sua forma di espressione politica del movimento operaio, che nasce dopo la “rivoluzione industriale” e si organizza in modo stabile con lo sviluppo del sistema economico capitalistico nel corso dell’Ottocento, la Sinistra è, alle sue origini, una forza anti-stato e anti-istituzionale.

Non possono esserci molti dubbi circa il motivo di questo orientamento: le istituzioni statuali allora esistenti avevano una forte connotazione di classe, il controllo del potere statale era sostanzialmente nelle mani della borghesia e, in genere, delle classi dominanti e, allo stato nascente, l’iniziativa del movimento dei lavoratori si collocava del tutto al di fuori delle istituzioni politiche.

Questa situazione storica concreta produsse di conseguenza una concezione dello stato come “strumento del dominio di classe”, complementare all’idea dell’obiettivo storico del superamento e addirittura della estinzione degli apparati di dominio e di controllo statale entro una società senza classi, nella quale si sarebbero dovuti progressivamente affermare e diffondersi il principio e la pratica dell’autogoverno.

Il problema è che questa originaria visione, che, pur nel suo estremo semplicismo, conteneva comunque una significativa ispirazione libertaria e anti-autoritaria, come in un paradigmatico esempio di “eterogenesi dei fini” si trasforma in esperienze politiche di segno del tutto opposto: nonostante la scontata differenza fra i percorsi storici della Sinistra socialdemocratica (riformista) e di quella comunista (rivoluzionaria), in entrambi i casi la conquista del “potere di governo”, sia pure in forme e condizioni ben diverse, induce le forze politiche espressione del movimento operaio organizzato a restare “imprigionate” a tal punto entro la dimensione statuale-istituzionale da attribuire, sia a livello di elaborazione ideologica che sul piano dell’agire pratico, la realizzazione del mutamento economico-sociale direttamente all’iniziativa delle istituzioni politico-statuali stesse, anziché alle trasformazioni che prendono corpo, attraverso multiformi processi storici, nella sfera della “società civile”.

Eppure, come suggeriscono l’origine e il significato del termine (un qualcosa che “sta”, che “rimane saldo”), dovrebbe essere intuitivo che ciò che è “istituzione” tende ad avere prevalentemente un carattere conservativo anziché trasformativo, pur potendo ben contribuire al miglioramento dello stato di cose esistente.

Nella prima metà del Novecento, lo stato, per la Sinistra, diventa lo strumento prioritario attraverso il quale affermare il proprio potere (in contesti di regime totalitario) oppure attuare, sia pure parzialmente, le proprie politiche (in condizione di regime liberale).

Resta comunque irrisolta l’aporia fra l’originaria “pulsione” anti-statale e la concezione dell’uso strumentale delle istituzioni a fini di trasformazione sociale, anche se la prima sembra poco a poco perdersi, incielata nell’indeterminato futuro di una presunta “estinzione dello stato”.

Si potrebbe dire che, una volta conquistate le istituzioni politiche, queste sembrano conquistare i conquistatori: “Graecia capta, ferum victorem cepit”.

Convinta dello sbocco positivo finale del conflitto di classe, che porterà lo sviluppo delle “forze produttive” ad avere ragione dei ”rapporti di produzione” esistenti, la Sinistra sottovaluta l’importanza di una teoria organica delle “sovrastrutture” (politiche, culturali, religiose e ideologiche) presenti nella società coeva.

Fiduciosa che la inevitabilità del processo storico condurrà finalmente, pur con un cammino complesso e contrastato in cui si alternano avanzate e arretramenti, alla costruzione di una società

liberata dallo sfruttamento e basata sulla “socializzazione dei mezzi di produzione”, non vede i rischi insiti nella logica autoriproduttiva ipertrofica del potere burocratico-statuale e non si pone il problema di elaborare una teoria politica che consideri la fondamentale importanza di strumenti di controllo, contenimento e riequilibrio di tale potere.

Rinchiusa dentro una visione parziale e strumentale delle istituzioni statuali, non coglie l’essenziale funzione storico-politica della costruzione di uno “spazio pubblico” aperto e pluralistico, dentro il quale collocarsi pienamente e senza riserve, fondato su principi di carattere liberale e democratico e volto a rendere possibile un agire politico finalizzato al realizzarsi della politica come “fatto pubblico” autonomo.

Il punto importante da chiarire è che questa autonomia dell’agire politico (che produce a sua volta l’idea molto ambigua del “primato della politica”) viene intesa e praticata in modo molto diverso, a seconda del tipo di ordinamento istituzionale in essere.

Nel contesto dei regimi a partito unico, caratteristici di quelli che furono i paesi del “socialismo reale”, l’agire politico del partito al potere non è “contenuto” da un sistema di controlli, limitazioni e bilanciamenti, poiché ideologicamente si fonda sulla certezza di andare nella “direzione della storia”.

Nell’ambito di una democrazia liberale, la politica invece si esplica entro uno spazio comunque circoscritto (lo “spazio pubblico”, appunto) di carattere pluralistico, che sta in un rapporto dialettico, regolato da norme, con gli altri poteri sia pubblici che privati.

Sul piano teorico, si potrebbe dire, in modo molto semplificato, che la prima concezione appare limitata per la sua incapacità di comprendere la complessità dell’agire politico nella sfera statuale-istituzionale, ma non è riduttiva, poiché conferisce alla politica istituzionale un potere esorbitante, da cui dipenderebbe la promozione e la realizzazione del mutamento storico-sociale.

Al contrario, l’impostazione liberale e democratica presuppone una visione riduttiva della portata dell’agire politico nella società, ma non è limitata, nel senso che ammette la complessità, vale a dire la possibilità del formarsi e dell’esprimersi di punti di vista differenti entro lo “spazio pubblico” (“pluralismo”).

Bisognerà aspettare il periodo che va dalla fine della Seconda guerra mondiale agli anni Sessanta/Settanta del secolo scorso, per assistere a una ulteriore evoluzione del rapporto fra Sinistra e politica istituzionale nel contesto di regimi di tipo liberaldemocratico.

Ciò si verificò, in particolare, nei paesi dell’Europa occidentale, allorquando “libertà” e “democrazia” vennero assunti esplicitamente come valori universali, irrinunciabili e irreversibili non solo dai partiti socialisti e socialdemocratici, ma anche da alcuni partiti comunisti (si pensi al più rappresentativo di questi: il Partito comunista italiano).

D’altra parte, la comune lotta contro il nazi-fascismo e le guerre di liberazione nazionali consentivano di fare delle nuove istituzioni democratiche, edificate o riedificate dopo il conflitto mondiale, non più soltanto la proiezione politica del predominio economico e sociale delle classi dominanti, bensì l’espressione di un potere costituzionale condiviso, che recava in sé traccia significativa dell’apporto e del contributo del movimento operaio organizzato, in termini di battaglie sul campo e di elaborazione politico-culturale.

La Sinistra arrivò in tal modo a comprendere che lo “spazio pubblico della politica istituzionale” può essere reso autonomo, in misura maggiore o minore, dalle classi economiche dominanti e, giustamente, intravide in questo una grande opportunità.

Il compromesso più o meno tacito che si realizzò, è noto: detto schematicamente, il “trade-off” fu fra l’accettazione dell’economia di mercato di tipo capitalistico e della cornice delle istituzioni liberaldemocratiche che dovevano “contenerla”, da un lato; e l’attuazione di politiche redistributive e di forme di intervento statale diretto nell’economia, nel quadro di un generale consolidamento e ampliamento del “welfare”, dall’altro.

Lo scambio funzionò, soprattutto perché reso possibile da una costante e spesso impetuosa crescita economica, che ebbe lunga durata e arrivò quasi ininterrottamente fino all’inizio degli anni Settanta.

A quel punto, la fine del sistema monetario internazionale post-bellico (a seguito dello sganciamento della convertibilità del dollaro in oro) basato sugli accordi di Bretton-Woods e la “crisi energetica” del 1973, aprirono una fase di instabilità economica che si riflesse pesantemente proprio su quel tacito compromesso raggiunto fra “socialismo” e “capitalismo”, per usare una   formula alquanto schematica, che può tuttavia rendere l’idea. Il modello, che aveva consentito alla Sinistra di ottenere molti importanti risultati e successi, entrò in crisi e la controffensiva delle forze conservatrici fece il resto.

Sarà nella seconda metà degli anni Novanta che la Sinistra rimetterà fuori la testa, riaffacciandosi da protagonista sulla scena politica, anche grazie al fisiologico indebolirsi del “ciclo conservatore”.

Lo farà cercando di tener conto di quanto successo nei due decenni precedenti: in sostanza, evolvendo verso posizioni liberali e moderate e assumendo una collocazione più “centrista” nello schieramento politico generale.

L’esperienza più significativa di questo periodo è certamente rappresentata dal “blairismo”, che, dal Regno Unito, influenzerà un po’ tutta la Sinistra europea. Di questa esperienza si è giustamente detto e scritto molto con un approccio critico, tuttavia il suo limite di fondo sembra risiedere non tanto nel suo orientamento “liberale”, quanto piuttosto nel fatto che essa ha finito per identificare il “liberalismo politico” con il “liberismo economico”, provocando conseguenze disastrose sia a livello teorico che pratico.

La consapevolezza che i maggiori successi per la Sinistra e le sue politiche sono arrivati in periodi di forte sviluppo economico, portò, in quel particolare momento, alla convinzione che non ostacolare ma, anzi, favorire l’ulteriore arricchimento delle classi benestanti avrebbe indotto un benessere generalizzato per tutta la società, senza rendersi conto che il ciclo di crescita stabile e sostenuto dell’economia mondiale nell’ultimo decennio del Ventesimo secolo, nella fase culminante dei processi di globalizzazione (la “Great Moderation”), conteneva in se stesso forti contraddizioni, prima fra tutte la generazione di enormi bolle speculative che porteranno alla gravissima crisi finanziaria del 2008.

Si trattava, quindi, di una crescita economica ben diversa da quella avvenuta dopo la Seconda guerra mondiale (tutta basata sul “brick and mortar”), che aveva reso possibile il “compromesso” socialdemocratico con il capitalismo industriale di allora. Negli anni Duemila prevale invece la “finanziarizzazione” del capitalismo e si afferma l’idea che la ricchezza possa essere generata da “denaro che produce denaro”. La Sinistra non solo non legge criticamente i processi economici in atto, ma ne rimane, in buona misura, subalterna anche a livello di politica istituzionale e il prezzo che pagherà per questa miopia, sarà elevato.

All’inizio del nuovo secolo, dunque, il problematico rapporto della Sinistra con le istituzioni statuali e la politica istituzionale è una questione che rimane ancora non del tutto risolta, dal momento che essa non è stata compiutamente affrontata ed elaborata neppure quando sembrava che sussistessero i migliori presupposti per poterlo fare.

Nel periodo di ricostruzione e di crescita sul piano economico, sociale, civile e politico, che si aprì in particolare nei paesi dell’Europa occidentale dopo la Seconda guerra mondiale, la Sinistra avrebbe dovuto non semplicemente limitarsi a recepire e incorporare i principi e i valori

liberaldemocratici, ma appropriarsene criticamente in modo da colmare le lacune di “Teoria della Politica” da cui è sempre stata affètta fin dai suoi inizi e in modo da ampliare il suo orizzonte strategico in termini di iniziativa e di proposta politico-programmatica, in primo luogo ricollegandosi alle proprie radici originarie libertarie e anti-autoritarie.

Invece, il “compromesso”, che ebbe luogo, produsse una nuova forma di “istituzionalizzazione” dell’agire politico della Sinistra, gravida di implicazioni.

Accadde così che nell’iniziativa politica cominciasse a passare in secondo piano la “dimensione sociale”, a meno che questa non risultasse direttamente funzionale al sostegno delle politiche portate avanti in sede istituzionale.

Si fece strada, sottotraccia, una concezione che tendeva a identificare il “pubblico” con lo “statuale” (se non addirittura con lo “statale”).

Soprattutto, la Sinistra, una volta collocatasi a pieno titolo e senza riserve mentali entro la cornice costituzionale della democrazia liberale, non ebbe né l’intuizione né la determinazione di reinterpretarne e di “forzarne” valori e principi alla luce della propria visione della società e della propria esperienza storica, anzitutto assumendo come prioritario l’obiettivo di sostenere e difendere l’agire politico entro lo “spazio pubblico” come fatto autonomo, sempre fortemente in rapporto con la “dimensione sociale”, allo scopo di garantire la partecipazione dei cittadini al processo decisionale politico.

Questa operazione di “appropriazione critica” avrebbe potuto contribuire a dare alla Sinistra più ampio respiro strategico e migliore visione complessiva dei problemi reali e dei processi storico-sociali in atto. Si pensi, per esempio, al tema dell’ambiente, alla regolamentazione dei mercati (in particolare, di quelli finanziari), all’ampliamento della sfera delle libertà personali (su tutte, il diritto a poter esprimere senza condizionamenti la propria sessualità), alle contraddizioni da affrontare e

risolvere in un sistema di “welfare”, che andava sempre più burocratizzandosi e squilibrandosi al proprio interno, anziché tendere a un più avanzato grado di flessibilità e personalizzazione o, ancora, per parlare di un fenomeno di drammatica attualità, alle politiche volte a governare i fenomeni migratori di massa.

Si tratta di questioni che assumono oggi una straordinaria importanza, come si sa, ma che la Sinistra politica, espressione del movimento operaio organizzato, non è riuscita a vedere in anticipo e a valutare con lungimiranza. Questioni che devono essere trattate e governate non facendo “rivoluzioni” o “superando il capitalismo”, ma utilizzando spazi e strumenti politici presenti in un ordinamento politico-istituzionale di stampo liberale e democratico.

Perso un certo numero di occasioni e di opportunità, si arriva dunque alla Sinistra attuale: assorbita da una “monocultura istituzionalista” e sempre più priva di una base sociale di riferimento solida, organizzata e riconoscibile; in perdita di credibilità poiché incapace di rappresentare una alternativa reale alle forze moderate e conservatrici; impotente di fronte al fenomeno della concentrazione di una enorme ricchezza nelle mani di pochi e alla crescita esponenziale delle diseguaglianze economico-sociali; costretta a lasciare spazio e consensi a “populismi” di varia natura.

In una situazione siffatta, si potrebbe anche legittimamente pensare che siamo arrivati al capolinea di una lunga e gloriosa, per quanto contraddittoria e travagliata, parabola storico-politica.

Ma siamo davvero in grado di fare a meno della Sinistra?

“La Politica e la Sinistra”

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Capitolo 4

“DEISTITUZIONALIZZARE LA SINISTRA”

La Sinistra attuale vive e opera pressoché esclusivamente entro la dimensione della politica istituzionale: il suo rapporto con il mondo sociale reale sembra di fatto esaurirsi in una serie di campagne di opinione, in prevalenza di tipo mediatico o social-mediatico.

Proprio per tale ragione, questa Sinistra non può non porsi il problema della ricostituzione e della riorganizzazione di una propria base sociale di riferimento.
Come nel mito del gigante Anteo, che derivava la sua energia vitale dal contatto materiale con la madre Terra, la Sinistra politica può ritrovare la sua funzione storica nell’epoca odierna solo recuperando il rapporto con la sfera sociale e ricostruendo dentro di essa, in modo originale rispetto al passato, la sua presenza in relazione a specifiche esperienze associative.

In questo nuovo radicamento la Sinistra potrebbe ritrovare, come un novello Anteo, la forza necessaria per elaborare, proporre e praticare un agire politico in ambito statuale-istituzionale diverso rispetto a quello attualmente predominante, anche facendo i conti fino in fondo con limiti e contraddizioni soggettive, se non addirittura con la mancanza di una vera e propria “Teoria della Politica”, che è sempre stato uno dei suoi maggiori punti deboli, alle origini così come nella storia più recente.

In un certo senso, il primo passo dovrebbe essere rappresentato da una sorta di deistituzionalizzazione della Sinistra, allo scopo di spostare il baricentro della sua iniziativa politica e della sua capacità organizzativa verso la realtà sociale.

Naturalmente, questo non significa abbandonare le istituzioni per riproporre pratiche di tipo extra-parlamentare, idoleggiate negli anni Sessanta del secolo scorso oppure per tornare a concezioni puramente “strumentali” delle istituzioni statuali.
È evidente che il rifiuto “tout court” dell’agire entro la sfera istituzionale o l’idea di appropriarsi il “monopolio della forza” dello Stato al fine di superare il capitalismo e porre le fondamenta di una società socialista, costituiscono due tipi di approccio che si sono rivelati storicamente non solo impraticabili, ma anche disastrosi o devastanti.

Il punto è un altro: la Sinistra del Ventunesimo secolo o sarà sociale o non sarà.
Se la Sinistra vuole ridefinire una sua differenza positiva, una propria funzione specifica nella società globalizzata, nella quale la centralità del “consumo” ha sostituito quella del “lavoro” (il tradizionale territorio sociale di riferimento della Sinistra, soprattutto nella sua forma di “lavoro dipendente”), deve incardinare il senso primigenio del suo agire politico nella “dimensione sociale”, non in quella statuale-istituzionale. Da lì bisogna ripartire.

L’identità della Sinistra va riscoperta non nel “finalismo storico” imperniato sull’ideologia del futuro oppure nel “programmismo di governo” onnicomprensivo, ma nella capacità di produrre legami associativi, aventi scopi pratici, a partire da bisogni reali e di sostenere esperienze concrete di aggregazione sociale di ispirazione comunitaria e cooperativa, regolate da norme, orientate alla soluzione e alla gestione di problemi materiali o immateriali, del tutto aperte e flessibili. Opportunità per il miglioramento delle condizioni di vita e per l’ampliamento della sfera di libertà personale dei singoli individui associati, senza alcuna limitazione della loro autonomia.

In questo senso, il tratto identitario distintivo della Sinistra diviene la cultura della relazione, il fatto stesso in sé di stringere legami, mai indissolubili e sempre reversibili, basati sul senso della comune appartenenza di volta in volta finalizzata a uno scopo specifico.
È un “confederarsi fra sé” (per usare un’espressione di ascendenza leopardiana) per fini pratici, che non annulla le libere scelte di ciascuno né richiede preventiva adesione politico-ideologica, ma che nel suo svolgersi può creare i presupposti e le condizioni per finalità più ampie e complesse.

L’obiettivo è, in generale, tornare a fondare l’agire politico della Sinistra entro uno spazio pre-politico, contrastando l’idea, che tende a diffondersi nei periodi di crisi di fiducia e consenso come l’attuale, secondo la quale la politica, nel suo farsi dentro la sfera statuale-istituzionale, è sostanzialmente lotta per la conquista e il mantenimento del “potere-per-il-potere”, un gioco fine a se stesso che si autogenera, si autolegittima e si autoalimenta. Un modo sbagliato e distorto per ristabilire il principio, oggi smarrito, della autonomia della politica, magari rispolverando interpretazioni banalizzanti del pensiero di Machiavelli.

Deistituzionalizzare la Sinistra, dunque, significa dare priorità, nell’iniziativa politica, alla costruzione di queste reti di solidarietà e cooperazione, destinate ai fini più diversi, parallele e complementari (ma, comunque, autonome) rispetto a quelle istituzionali.
Significa condividere esperienze di mutuo sostegno e collaborazione, ispirandosi idealmente a quelle che “mutatis mutandis” contraddistinsero la nascita del movimento operaio organizzato.
Significa aggregare, associare e organizzare pezzi, anche piccoli, di società in nome del principio dell’aiuto reciproco.

La scommessa storica della Sinistra, nel periodo attuale, potrebbe consistere in questo: puntare sul fatto che questa società fluida e globalizzata, che sembra rendere effimero qualsiasi tipo di relazione o legame, creerà, per reazione, una nuova domanda di “associazionismo”, un bisogno di appartenenza sociale e finanche emozionale, cui il tradizionale modello di “welfare”, per un verso, e le classiche strutture organizzative politico-sindacali, per l’altro, non sono in grado di dare una risposta adeguata.

È, questo, un punto cruciale.
La preponderanza dei modelli culturali liberisti e conservatori ha portato alla convinzione, diffusa nel senso comune e ormai quasi data per scontata, che la società contemporanea sia soltanto una semplice sommatoria di singoli individui. Non è così, ma questa idea ha prodotto molte conseguenze importanti anche sul piano dell’agire politico, come si è visto a proposito dell’uso delle risorse economiche e dello “spazio mediatico” ai fini della ricerca del consenso.

La società, invece, esiste non come insieme indifferenziato di singoli soggetti, ma in quanto aggregazione di gruppi e di sottosistemi sociali, numerosi e organizzati in maniera varia, per mezzo dei quali gli individui partecipano alla vita civile e definiscono la loro stessa identità sociale, culturale e politica.
La Sinistra deve concorrere a mettere assieme una parte di questa realtà sociale, che può essere la sua parte e ciò può avvenire, appunto, anche contribuendo a dare vita a quella rete di esperienze cooperative e solidali, che potrebbero rappresentare un pezzo importante di “società civile”.

In termini di storia e cultura politica, si tratta in effetti di qualcosa di non molto dissimile da quello
che facevano gli attivisti socialisti agli albori del movimento operaio, quando mettevano in piedi scuole per i figli dei lavoratori od offrivano assistenza sociale e sanitaria nelle degradate periferie delle città industriali a partire dai primi anni del Diciannovesimo secolo.

Non si tratta della medesima situazione, è ovvio, ma lo spirito dovrebbe essere lo stesso.
È uno spirito che dovrebbe animare anche molti esponenti e dirigenti politici della Sinistra, impegnati nell’attività politica dentro le istituzioni: forse, sarebbe meglio dedicare più tempo alla “dimensione sociale” del fare politica, anziché farsi avviluppare in improduttive “routine” parlamentari o in superflue riunioni autoreferenziali. E anche qualche giovane futuro “quadro”, in fase di formazione per entrare nella vita politico-istituzionale, potrebbe proficuamente alternare gli “stage” presso parlamenti o altri enti, con qualche attività sul campo, per esempio nei quartieri urbani socialmente più complessi, nelle realtà del lavoro produttivo, nei centri di accoglienza per i rifugiati e, comunque, nei posti in cui si vivono particolari problematiche e ci sia bisogno di svolgere una azione di sostegno sociale.

D’altra parte, è proprio dalla realtà economica e sociale odierna, in rapida trasformazione sia per lo straordinario impatto della tecnologia che per il diffondersi di nuovi modelli di produzione e di consumo, che possono giungere idee originali e nuovi stimoli alla politica istituzionale della Sinistra. La presenza massiccia e il continuo progredire dei sistemi di comunicazione, la disseminazione di tecnologie in grado di mettere in comunicazione “cose” e “persone” (si pensi all’”Internet of things”, che offre la possibilità di trasmettere dati in tempo reale a qualsiasi piattaforma infotelematica, grazie all’applicazione quasi molecolare di “software” e sensori) o l’uso di sistemi di produzione potenzialmente rivoluzionari, se adeguatamente diffusi, come la “stampa in 3D” – sono alcuni esempi, non certo fantasiosi, di come oggi sia possibile lo sviluppo di una “economia della condivisione” (la “sharing economy”) sia sul fronte del consumo che su quello della produzione di beni e servizi comuni (sul modello dei “Collaborative Commons”), attraverso una rete autonoma ed estesa di esperienze di associazione solidale e cooperativa.

Non si dovrebbe, tuttavia, pensare a una realtà alternativa o alla costituzione di comunità separate: la rete delle esperienze solidali e cooperative può benissimo convivere e intrecciarsi con la tradizionale e predominante economia di mercato di tipo capitalistico, distinguendosi tuttavia da questa e rendendosene per quanto possibile autonoma. Così come tale rete potrebbe ben interagire con la sfera della politica istituzionale e della pubblica amministrazione.
Già oggi il mondo del “privato sociale” o del volontariato, ad esempio, offre suggestioni e punti di riferimento importanti in questo senso, mostrando come sia possibile svolgere funzioni pubbliche senza essere enti statali (un agire, quindi, né statuale né per interesse economico privato a scopo di profitto) oppure produrre “beni relazionali”, non di carattere pubblico generale né esclusivamente destinati al mercato.
Le stesse strutture organizzative più tradizionali legate alla storia e alla cultura politica della Sinistra (partiti, sindacati, movimento cooperativo, associazionismo culturale e così via) dovrebbero orientarsi nella direzione di queste esperienze sociali, incrementando (laddove già non lo facciano) il loro livello di impegno su questo piano.

Le nuove potenzialità connesse alle tecnologie dell’informazione e le “maglie larghe”, gli spazi di opportunità che si aprono dentro la stessa economia capitalistica globalizzata, rendono queste pratiche molto meno astratte e complicate di quanto possa apparire a un primo approccio.
È all’interno di queste “maglie larghe” che oggi diventa possibile realizzare forme più avanzate e flessibili sia di associazione comunitaria che di libertà personale, in un modo che non si esprima esclusivamente attraverso l’interazione banale dei social-network o le pratiche convenzionali del “consumo di massa”, come accade di regola nella nostra vita quotidiana.

È a queste nuove esperienze che la politica istituzionale della Sinistra dovrebbe fornire corrispondenza e appoggio.
È da questo rinnovato coinvolgimento nel sociale che può venire l’impulso per cambiare la modalità dell’agire politico e riformare le istituzioni statuali.

“La Politica e la Sinistra”

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