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La Politica e la Sinistra

Il pamphlet di Leonardo Domenici.

“La Politica e la Sinistra”

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Introduzione

Partiamo dal titolo: “La Politica e la Sinistra”.

In primo luogo, c’è la Politica, analizzata sotto l’aspetto dei mutamenti che l’hanno riguardata soprattutto nel corso di questi ultimi vent’anni circa.

L’uso della iniziale maiuscola vuole suggerire che ci si riferisce ad essa in termini generali, come attività che ha acquisito valore assoluto nella evoluzione delle civiltà umane, ma al tempo stesso è caratterizzata da una forte mutevolezza nelle sue espressioni storicamente determinate.

Nello specifico periodo di tempo preso in considerazione, si tratta di capire se effettivamente dei cambiamenti importanti si siano verificati (fatto, del resto, già evidenziato da un certo numero di autori), quanto siano stati profondi e a quali conseguenze abbiano dato luogo.

L’opinione di chi scrive è che la Politica abbia subito una significativa trasformazione, in particolare per il modo in cui è stata pervasa dalla logica del “privato economico”, veicolata attraverso forme inedite di agire politico, che ne hanno alterato l’intrinseca natura di “fatto pubblico” e ridotto l’autonomia rispetto ad altre sfere di potere e di attività umano-sociali.

Il principio della autonomia dell’agire politico viene assunto, in questa sede, come aspetto costitutivo essenziale per il buon funzionamento di ordinamenti di tipo liberale e democratico.

Esso contraddistingue un modo di fare politica nel contesto statuale-istituzionale, che tiene conto delle istanze espresse da soggetti esterni al sistema politico, dotati di identità, forza o potere propri, ma non ne dipende acriticamente né ne risulta influenzato o condizionato in misura tale da non poter esercitare una efficace azione di indirizzo e di controllo nei loro confronti.

Sistemi politici di ispirazione liberale e democratica sono il contesto più adatto per rendere possibile lo sviluppo di un adeguato grado di autonomia della politica istituzionale, il che contribuisce a rafforzare e a migliorare tali ordinamenti. Una perdita di autonomia dell’agire politico rischia invece di produrre in essi un “vulnus” a livello sistemico.

Una ulteriore precisazione appare opportuna.

Sebbene la Politica possa manifestarsi in diversi ambiti della vita umana (per esempio, in campo culturale, sociale, economico e perfino religioso), nell’epoca moderna e contemporanea essa tende a identificarsi quasi completamente con la dimensione statuale, sulla base di ciò che è stato definito “processo di giuridificazione”. Per esprimere questo concetto, nel testo che segue si usa la locuzione “politica istituzionale”, intendendo con essa l’agire politico che discute, elabora e approva provvedimenti normativi e/o amministrativi entro lo spazio pubblico dei diversi organi statuali.

Il fenomeno della coincidenza e dell’appiattimento della Politica sul livello statuale è un fatto limitativo, poiché crea le condizioni per la separatezza e l’impoverimento dell’agire politico.

Questo problema riguarda anche la Sinistra, che oltretutto denota nel corso della sua vicenda storica  una certa inadeguatezza di fondo in quanto a elaborazione di una originale “Teoria della Politica”.

Si arriva, così, al secondo termine che compone il titolo di questo scritto: la “Sinistra”.

È utile chiarire che cosa si intenda con l’uso di tale espressione: quelle formazioni o quei gruppi politici (al limite, anche quelle singole persone), che riconoscono di avere una qualche relazione o derivazione, sia pure parziale, di carattere culturale e politico con il movimento operaio, per come storicamente organizzatosi a partire dall’inizio del Diciannovesimo secolo in poi.

Come tutte le definizioni anche questa può essere discussa e perfezionata, ma serve comunque a circoscrivere il senso di un termine talmente usato e abusato da presentare una cornice semantica estremamente incerta.

Si è già accennato che l’assorbimento dell’agire politico nella sfera statuale-istituzionale qui è visto come un limite da superare.

Per quanto riguarda la Sinistra, ciò può avvenire sia tornando a dare priorità alla “dimensione sociale” (ciò che si può definire come una sorta di deistituzionalizzazione) sia riscoprendo e rivalutando il filone “libertario” nella tradizione storica del movimento dei lavoratori, nel senso di un positivo mai totale identificarsi con quanto è statuale-istituzionale, pur mantenendo una posizione di leale collaborazione con esso e perseguendo l’obiettivo della assunzione di responsabilità di governo.

In questo modo, non si vuole ridurre ulteriormente l’importanza di una politica istituzionale che oggi appare già abbastanza svuotata di efficacia e di contenuto, ma ridefinirne in chiave teorica il giusto “raggio d’azione” e dare maggiore spazio al fare politica della Sinistra entro la “dimensione sociale” (espressione che in questo contesto si è preferita a quella di “società civile”, al di là della evidente affinità fra i due concetti, perché sembra dotata di maggiore flessibilità e ampiezza di significato).

Già da quanto detto finora dovrebbe risultare chiaro che si considera la relazione fra i due termini principali (“Politica” e “Sinistra”) molto meno intuitiva di quanto possa sembrare a prima vista e meritevole di essere indagata approfonditamente, poiché nasconde una sua intrinseca complessità, se non addirittura problematicità.

Nello scritto che segue si è cercato di svolgere una riflessione che va in questo senso.

Con quale risultato potrà valutarlo chi legga: la speranza è di offrire spunti e argomenti di discussione, a prescindere dalla maggiore o minore condivisione di quanto esposto.

Allo scopo di non appesantire troppo un testo già di per sé non leggero, la scelta è stata di non ricorrere a note e citazioni, preferendo richiamare l’attenzione sullo sviluppo di un ragionamento, al quale ci si è sforzati di conferire una certa sistematicità senza tuttavia pretendere di dargli la forma del saggio scientifico accademico.

In tutto questo, non può non riflettersi anche l’esperienza di una persona che per quasi quarant’anni si è dedicata all’attività politica a tempo pieno, sia pure in forme e modi assai diversi fra loro.

Ciò non significa indugiare sull’autobiografismo, ma utilizzare tale esperienza per provare a costruire un punto di vista proprio, con l’intenzione di fornire un piccolo contributo al tentativo di ridare dignità e sostanza culturale all’agire politico (in primo luogo, della Sinistra), che classi dirigenti in larga parte modeste, sia in Italia che in Europa, hanno derubricato a esercizio di mera furbizia. Forse perché si comincia a pagare il prezzo della mancanza di strumenti adeguati per la formazione e la selezione del ceto politico.

Eppure,  di una Politica all’altezza dei problemi del nostro tempo c’è tremendamente bisogno, anzitutto perché, di fronte ad essi, abbiamo necessità di difendere e valorizzare nel modo migliore quei principi di libertà e democrazia che, pur in mezzo a tante difficoltà, devono restare alla base del vivere civile delle nostre società europee.

Principi a cui, nel momento che stiamo attraversando, i vari tipi di fanatismo in atto o in divenire con i quali ci si deve misurare, vorrebbero costringerci a rinunciare, perché l’unico obiettivo che hanno, è farci uguali a loro.

“La Politica e la Sinistra”

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Capitolo 1

“COME SI È TRASFORMATA LA POLITICA”

Oggi la politica istituzionale a livello di stato nazionale appare molto indebolita, depotenziata, svuotata di contenuti e sostanzialmente incapace di governare gli eventi in un mondo al tempo stesso frammentato e integrato globalmente.

I vincoli politici esistenti a livello sovranazionale, i patti di stabilità economica, gli accordi intergovernativi, l’enorme potere dei mercati finanziari e delle imprese multinazionali sono alcuni dei principali fattori di condizionamento delle decisioni politiche di governo degli stati.

Il tentativo, pur giusto, di trasferire sovranità a livello di istituzioni sovranazionali, sempre più strutturate e dotate di poteri propri, non ha ancora prodotto risultati all’altezza dei processi di trasformazione del mondo attuale e ha manifestato nuovi problemi e contraddizioni, come dimostra la crisi profonda che sta attraversando l’Unione Europea.

Sul piano delle politiche sociali, i livelli di guardia raggiunti dalla pressione fiscale rendono difficile immaginare un ulteriore uso di questa leva per ampliare il “welfare”, anche se rimarrebbero margini importanti di recupero di risorse economiche da una rigorosa lotta all’evasione e all’elusione sul piano internazionale (i “paradisi fiscali”), per la quale sembra tuttavia mancare una seria volontà politica dei governi di vari paesi.

La spesa pubblica deve comunque essere contenuta, mentre le problematiche che si aprono sul fronte della previdenza sociale, in buona parte connesse all’aumento della quota di popolazione anziana e al declino della natalità, richiedono inevitabilmente una riorganizzazione dei meccanismi dello stato sociale, combinata con un alleggerimento della pressione fiscale su lavoro e imprese.

Il fatto è che, in questo quadro generale, la politica statualizzata conta sempre meno e l’agire politico dentro le istituzioni ha perso efficacia in maniera sostanziale.

Il crescente indebolimento nei confronti di altri poteri (in primo luogo, ma non solo, quello economico-finanziario) ha fatto perdere alla politica molta della sua autonomia.

È andata riducendosi e dissolvendosi la natura della politica istituzionale come “fatto pubblico autonomo”, principio che si era invece affermato (sia pure con limiti e contraddizioni) con la costituzione o il rafforzamento degli stati nazionali di matrice liberaldemocratica nel Secondo dopoguerra, in particolare nell’Europa occidentale. A rimetterci, è stata soprattutto la Sinistra, che a un certo punto non è riuscita nemmeno più a compensare la propria perdita di radicamento nella società con politiche economico-sociali espansive, come invece poteva avvenire in passato.

Ciò che ha maggiormente contribuito a questo fenomeno di alterazione dello “spazio pubblico” e alla perdita di autonomia della politica, è che la logica dell’agire politico, soprattutto a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, si è identificata sempre di più con quella del “privato economico”. Non ci si riferisce tanto a particolari o specifici comportamenti personali, per quanto essi possano essere importanti, ma piuttosto a una cultura, a un modo di pensare e di fare, a una prassi che è divenuta predominante e ha permeato lo “spazio pubblico”, soppiantando l’idea e la pratica della politica istituzionale che, appunto dentro tale spazio, dovrebbe caratterizzarsi in modo autonomo rispetto ad altri poteri esterni.

Il problema ha riguardato principalmente la relazione con il sistema economico-finanziario.

Con una metafora, si potrebbe dire che la Politica ha progressivamente perso la sua partita con il Denaro.

Il neo-liberismo e la “deregulation” del periodo reaganiano-thatcheriano aprirono le porte, come è noto, a una più generale offensiva politico-culturale conservatrice, che si presentò tuttavia come “rivoluzionaria” (in Italia farà lo stesso Berlusconi, all’inizio degli anni Novanta), perché prendeva le mosse dall’emergere di problemi reali nella politica istituzionale di ispirazione keynesiana e socialdemocratica, molto forte fino a quel momento, se non addirittura egemone.

Il “nuovo liberalismo” intendeva in un certo senso tornare alle origini, riproponendo i valori della libertà di iniziativa economica e della tutela della proprietà privata come le vere idee-base originarie da cui era derivato, solo come conseguenza, il liberalismo politico: si tratta di quel che sarà poi definito “liberismo”.

In realtà, tale approccio era del tutto astratto e anacronistico, poiché non teneva minimamente conto delle trasformazioni cui era andato incontro il sistema economico capitalistico, che, ben lungi dall’avere il carattere dell’economia di mercato pura in cui si sprigiona liberamente lo spirito di iniziativa dell’impresa privata, era diventato prevalentemente monopolistico od oligopolistico e si stava avviando allo stadio della sua estrema finanziarizzazione.

Ciò detto, questo nuovo “liberalismo-liberista” fu efficace per poter sviluppare una campagna politica e culturale di vasta portata.

L’intervento pubblico in economia cominciò ad essere rappresentato come uno strumento desueto, facente parte dell’armamentario politico del passato.

La “crisi fiscale dello stato” fu argomento utilizzato per mettere sotto accusa i livelli di tassazione dei contribuenti.

L’ipertrofia degli apparati burocratici, l’eccesso di legificazione e la complessità dei meccanismi amministrativi legittimarono un attacco spesso indifferenziato e generalizzato allo stato sociale, che fu individuato come fonte principale della crescita incontrollata della spesa e dello “spreco” del denaro pubblico.

In poche parole, il “conservatorismo di cambiamento” (se è lecito l’ossimoro) degli anni Ottanta/Novanta ebbe il sopravvento, anche grazie alle non irrilevanti bocche da fuoco che, in termini di mezzi e risorse, il potere economico gli aveva messo a disposizione.

L’approccio della Sinistra, soprattutto quella socialdemocratica, alla politica istituzionale fu travolto da questa offensiva.

Da quel momento, il Denaro ha cominciato a “comprarsi” la Politica e l’ha pervasa della sua logica.

È aumentata l’importanza dei soldi nella vita politica. Sono cresciuti a dismisura i costi, in particolare quelli delle campagne elettorali. Hanno assunto carattere sistemico le forme di finanziamento illecito o illegale. Infine, è arrivato il momento (che dura tuttora) dell’ingresso diretto sulla scena politica di persone dotate di cospicui patrimoni personali.

Al tempo stesso, a livello di cultura pratica e comportamenti diffusi, si è affermata l’idea che la politica istituzionale debba ispirarsi, per il proprio buon funzionamento, a modelli e procedimenti propri del mondo degli affari economici, ciò che possiamo per brevità chiamare la “logica del business”.

Anche nel linguaggio politico sono diventate correnti (e inflazionate) espressioni come “innovazione”, “competizione”, “produttività”, “rapidità decisionale” e così via, che se da un lato fanno riferimento a un motivato bisogno di riforme delle istituzioni e della pubblica amministrazione per migliorarne il funzionamento, dall’altro vengono mutuate acriticamente, senza nessun adattamento specifico al contesto della politica istituzionale come “fatto pubblico”, che non potrà mai essere ridotta a mera “tecnicalità” efficientistica o esclusiva rappresentanza di interessi particolari, poiché è contraddistinta evidentemente da presupposti, condizioni e finalità, nel modo di operare, del tutto diversi rispetto alla “logica del business” e alla sua natura di “fatto privato”.

Abbiamo avuto un piccolo, ma significativo esempio di questa plastica adesione del dibattito politico al modello culturale del “business”, quando si è sentito argomentare che l’ultima proposta di riforma della Costituzione italiana, poi bocciata nel referendum popolare del 4 dicembre 2016, si rendeva necessaria, fra l’altro, per aumentare il livello di “efficienza” del sistema istituzionale del paese (parlamentare e di governo) allo scopo di attirare capitali dall’estero in Italia.

Tuttavia, l’aspetto più significativo della penetrazione della sfera economico-finanziaria (che possiamo, appunto, definire simbolicamente “Denaro”) in quella politico-istituzionale riguarda la sempre più diretta dipendenza del debito sovrano dai mercati globalizzati e dal sistema bancario, fenomeno che, pur essendosi verificato anche in altri periodi storici, mai aveva raggiunto queste proporzioni.

Ciò che qui interessa, è considerare come questa crescente dipendenza abbia contribuito alla graduale erosione di quel margine di autonomia, per quanto relativo, che dovrebbe contraddistinguere l’agire politico nel contesto di un regime di matrice liberaldemocratica.

L’ulteriore pesante conseguenza di questo fenomeno è che si è venuto creando una sorta di colossale “meccanismo unico” fra politica istituzionale pubblica e potere economico-finanziario, che ha portato tale dipendenza a diventare reciproca. Un “meccanismo unico” che, con tutti i suoi problemi e le sue contraddizioni interne, ha preso campo e, una volta avviatosi, ha continuamente bisogno di autorigenerarsi, almeno fino alla prossima crisi finanziaria.

Dentro un sistema così integrato, anche questa politica infragilita e dipendente, separata e autoreferenziale, svuotata di senso e di contenuti ha bisogno di riprodursi e perciò deve rincorrere il consenso, ancora una volta usando la “logica del business” e ricorrendo a un altro essenziale elemento, che entra a far parte del “meccanismo unico”: lo “spazio mediatico”.

La sfera pubblica politica viene trasformata in mercato elettorale.

Vincere le elezioni diventa sempre di più un problema di uso del “marketing” appropriato.

Il cittadino-elettore è confinato nella posizione di “spettatore-merce”, il cui consenso può essere acquisito per mezzo dei sistemi tradizionali, adeguatamente riveduti, corretti e rimpolpati grazie all’afflusso di più sostanziose risorse private oppure attraverso la presenza mediatica (che, naturalmente, ha anch’essa un costo), vale a dire l’autorappresentazione dell’agire politico sotto forma di spettacolo, dove i leader, più che “personaggi”, diventano propriamente “attori”, entro uno “spazio” opportunamente manipolato.

O ancora, si può cercare di influenzare e appropriarsi il cittadino-elettore grazie all’uso abile e mirato dei “social-network”, nuovo utile strumento di possibile condizionamento dell’opinione pubblica, nell’universo della frammentazione sociale in cui ci troviamo immersi.

In generale, si tende a ricercare il consenso rivolgendosi a un generico “tutti”, a un indistinto popolo, con l’obiettivo di “piacere” al maggior numero possibile di persone, tutte quante sempre da considerarsi come potenzialmente conquistabili e quindi da assecondare, a prescindere dalle loro convinzioni e appartenenze oppure anche come “acquistabili” in senso letterale (si pensi, per esempio, alla pratica del “voto di scambio”), alla faccia del prezzo che si deve pagare in termini di coerenza politica o anche di vero e proprio costo economico.

In ogni caso, la natura dell’agire politico come “fatto pubblico autonomo” risulta alterata da questi fenomeni, con una conseguente perdita di senso e di contenuto.

La politica istituzionale, dunque, conta meno ed è meno autonoma, anche se, come spesso accade, la rappresentazione di un fatto tende a sopravvivere ai mutamenti inerenti al fatto stesso, per cui si continua ad attribuire una incidenza decisionale e una libertà di iniziativa alle istituzioni politiche molto maggiori di quelle che abbiano effettivamente.

L’unica forma di “autonomia” che sembra restare in piedi è quella del “meccanismo unico politico-economico-finanziario-mediatico”, che mira soltanto a replicare se stesso.

La Sinistra dovrebbe provare a sottrarsi a questa onnivora dinamica autoriproduttiva, proponendo

un punto di vista diverso rispetto a quello predominante, con l’obiettivo di restituire alla politica istituzionale il suo tratto caratteristico essenziale di “fatto pubblico autonomo” e di preservare e rafforzare le prerogative di un ordinamento costituzionale di tipo liberaldemocratico.

Tuttavia, per fare questo, è indispensabile una precondizione: ridare priorità alla dimensione sociale nell’iniziativa politica della Sinistra, proiettandola in modo prevalente al di fuori di quel circuito istituzionale, che sembra oggi assorbirla pressoché totalmente.

“La Politica e la Sinistra”

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