Capitolo 3

”LA SINISTRA, LA POLITICA E LE ISTITUZIONI”

La Sinistra ha sempre avuto un rapporto complicato, alle volte contraddittorio e paradossale, certamente irrisolto e per certi aspetti perfino perverso con le istituzioni statuali e la politica istituzionale.

Nella sua forma di espressione politica del movimento operaio, che nasce dopo la “rivoluzione industriale” e si organizza in modo stabile con lo sviluppo del sistema economico capitalistico nel corso dell’Ottocento, la Sinistra è, alle sue origini, una forza anti-stato e anti-istituzionale.

Non possono esserci molti dubbi circa il motivo di questo orientamento: le istituzioni statuali allora esistenti avevano una forte connotazione di classe, il controllo del potere statale era sostanzialmente nelle mani della borghesia e, in genere, delle classi dominanti e, allo stato nascente, l’iniziativa del movimento dei lavoratori si collocava del tutto al di fuori delle istituzioni politiche.

Questa situazione storica concreta produsse di conseguenza una concezione dello stato come “strumento del dominio di classe”, complementare all’idea dell’obiettivo storico del superamento e addirittura della estinzione degli apparati di dominio e di controllo statale entro una società senza classi, nella quale si sarebbero dovuti progressivamente affermare e diffondersi il principio e la pratica dell’autogoverno.

Il problema è che questa originaria visione, che, pur nel suo estremo semplicismo, conteneva comunque una significativa ispirazione libertaria e anti-autoritaria, come in un paradigmatico esempio di “eterogenesi dei fini” si trasforma in esperienze politiche di segno del tutto opposto: nonostante la scontata differenza fra i percorsi storici della Sinistra socialdemocratica (riformista) e di quella comunista (rivoluzionaria), in entrambi i casi la conquista del “potere di governo”, sia pure in forme e condizioni ben diverse, induce le forze politiche espressione del movimento operaio organizzato a restare “imprigionate” a tal punto entro la dimensione statuale-istituzionale da attribuire, sia a livello di elaborazione ideologica che sul piano dell’agire pratico, la realizzazione del mutamento economico-sociale direttamente all’iniziativa delle istituzioni politico-statuali stesse, anziché alle trasformazioni che prendono corpo, attraverso multiformi processi storici, nella sfera della “società civile”.

Eppure, come suggeriscono l’origine e il significato del termine (un qualcosa che “sta”, che “rimane saldo”), dovrebbe essere intuitivo che ciò che è “istituzione” tende ad avere prevalentemente un carattere conservativo anziché trasformativo, pur potendo ben contribuire al miglioramento dello stato di cose esistente.

Nella prima metà del Novecento, lo stato, per la Sinistra, diventa lo strumento prioritario attraverso il quale affermare il proprio potere (in contesti di regime totalitario) oppure attuare, sia pure parzialmente, le proprie politiche (in condizione di regime liberale).

Resta comunque irrisolta l’aporia fra l’originaria “pulsione” anti-statale e la concezione dell’uso strumentale delle istituzioni a fini di trasformazione sociale, anche se la prima sembra poco a poco perdersi, incielata nell’indeterminato futuro di una presunta “estinzione dello stato”.

Si potrebbe dire che, una volta conquistate le istituzioni politiche, queste sembrano conquistare i conquistatori: “Graecia capta, ferum victorem cepit”.

Convinta dello sbocco positivo finale del conflitto di classe, che porterà lo sviluppo delle “forze produttive” ad avere ragione dei ”rapporti di produzione” esistenti, la Sinistra sottovaluta l’importanza di una teoria organica delle “sovrastrutture” (politiche, culturali, religiose e ideologiche) presenti nella società coeva.

Fiduciosa che la inevitabilità del processo storico condurrà finalmente, pur con un cammino complesso e contrastato in cui si alternano avanzate e arretramenti, alla costruzione di una società

liberata dallo sfruttamento e basata sulla “socializzazione dei mezzi di produzione”, non vede i rischi insiti nella logica autoriproduttiva ipertrofica del potere burocratico-statuale e non si pone il problema di elaborare una teoria politica che consideri la fondamentale importanza di strumenti di controllo, contenimento e riequilibrio di tale potere.

Rinchiusa dentro una visione parziale e strumentale delle istituzioni statuali, non coglie l’essenziale funzione storico-politica della costruzione di uno “spazio pubblico” aperto e pluralistico, dentro il quale collocarsi pienamente e senza riserve, fondato su principi di carattere liberale e democratico e volto a rendere possibile un agire politico finalizzato al realizzarsi della politica come “fatto pubblico” autonomo.

Il punto importante da chiarire è che questa autonomia dell’agire politico (che produce a sua volta l’idea molto ambigua del “primato della politica”) viene intesa e praticata in modo molto diverso, a seconda del tipo di ordinamento istituzionale in essere.

Nel contesto dei regimi a partito unico, caratteristici di quelli che furono i paesi del “socialismo reale”, l’agire politico del partito al potere non è “contenuto” da un sistema di controlli, limitazioni e bilanciamenti, poiché ideologicamente si fonda sulla certezza di andare nella “direzione della storia”.

Nell’ambito di una democrazia liberale, la politica invece si esplica entro uno spazio comunque circoscritto (lo “spazio pubblico”, appunto) di carattere pluralistico, che sta in un rapporto dialettico, regolato da norme, con gli altri poteri sia pubblici che privati.

Sul piano teorico, si potrebbe dire, in modo molto semplificato, che la prima concezione appare limitata per la sua incapacità di comprendere la complessità dell’agire politico nella sfera statuale-istituzionale, ma non è riduttiva, poiché conferisce alla politica istituzionale un potere esorbitante, da cui dipenderebbe la promozione e la realizzazione del mutamento storico-sociale.

Al contrario, l’impostazione liberale e democratica presuppone una visione riduttiva della portata dell’agire politico nella società, ma non è limitata, nel senso che ammette la complessità, vale a dire la possibilità del formarsi e dell’esprimersi di punti di vista differenti entro lo “spazio pubblico” (“pluralismo”).

Bisognerà aspettare il periodo che va dalla fine della Seconda guerra mondiale agli anni Sessanta/Settanta del secolo scorso, per assistere a una ulteriore evoluzione del rapporto fra Sinistra e politica istituzionale nel contesto di regimi di tipo liberaldemocratico.

Ciò si verificò, in particolare, nei paesi dell’Europa occidentale, allorquando “libertà” e “democrazia” vennero assunti esplicitamente come valori universali, irrinunciabili e irreversibili non solo dai partiti socialisti e socialdemocratici, ma anche da alcuni partiti comunisti (si pensi al più rappresentativo di questi: il Partito comunista italiano).

D’altra parte, la comune lotta contro il nazi-fascismo e le guerre di liberazione nazionali consentivano di fare delle nuove istituzioni democratiche, edificate o riedificate dopo il conflitto mondiale, non più soltanto la proiezione politica del predominio economico e sociale delle classi dominanti, bensì l’espressione di un potere costituzionale condiviso, che recava in sé traccia significativa dell’apporto e del contributo del movimento operaio organizzato, in termini di battaglie sul campo e di elaborazione politico-culturale.

La Sinistra arrivò in tal modo a comprendere che lo “spazio pubblico della politica istituzionale” può essere reso autonomo, in misura maggiore o minore, dalle classi economiche dominanti e, giustamente, intravide in questo una grande opportunità.

Il compromesso più o meno tacito che si realizzò, è noto: detto schematicamente, il “trade-off” fu fra l’accettazione dell’economia di mercato di tipo capitalistico e della cornice delle istituzioni liberaldemocratiche che dovevano “contenerla”, da un lato; e l’attuazione di politiche redistributive e di forme di intervento statale diretto nell’economia, nel quadro di un generale consolidamento e ampliamento del “welfare”, dall’altro.

Lo scambio funzionò, soprattutto perché reso possibile da una costante e spesso impetuosa crescita economica, che ebbe lunga durata e arrivò quasi ininterrottamente fino all’inizio degli anni Settanta.

A quel punto, la fine del sistema monetario internazionale post-bellico (a seguito dello sganciamento della convertibilità del dollaro in oro) basato sugli accordi di Bretton-Woods e la “crisi energetica” del 1973, aprirono una fase di instabilità economica che si riflesse pesantemente proprio su quel tacito compromesso raggiunto fra “socialismo” e “capitalismo”, per usare una   formula alquanto schematica, che può tuttavia rendere l’idea. Il modello, che aveva consentito alla Sinistra di ottenere molti importanti risultati e successi, entrò in crisi e la controffensiva delle forze conservatrici fece il resto.

Sarà nella seconda metà degli anni Novanta che la Sinistra rimetterà fuori la testa, riaffacciandosi da protagonista sulla scena politica, anche grazie al fisiologico indebolirsi del “ciclo conservatore”.

Lo farà cercando di tener conto di quanto successo nei due decenni precedenti: in sostanza, evolvendo verso posizioni liberali e moderate e assumendo una collocazione più “centrista” nello schieramento politico generale.

L’esperienza più significativa di questo periodo è certamente rappresentata dal “blairismo”, che, dal Regno Unito, influenzerà un po’ tutta la Sinistra europea. Di questa esperienza si è giustamente detto e scritto molto con un approccio critico, tuttavia il suo limite di fondo sembra risiedere non tanto nel suo orientamento “liberale”, quanto piuttosto nel fatto che essa ha finito per identificare il “liberalismo politico” con il “liberismo economico”, provocando conseguenze disastrose sia a livello teorico che pratico.

La consapevolezza che i maggiori successi per la Sinistra e le sue politiche sono arrivati in periodi di forte sviluppo economico, portò, in quel particolare momento, alla convinzione che non ostacolare ma, anzi, favorire l’ulteriore arricchimento delle classi benestanti avrebbe indotto un benessere generalizzato per tutta la società, senza rendersi conto che il ciclo di crescita stabile e sostenuto dell’economia mondiale nell’ultimo decennio del Ventesimo secolo, nella fase culminante dei processi di globalizzazione (la “Great Moderation”), conteneva in se stesso forti contraddizioni, prima fra tutte la generazione di enormi bolle speculative che porteranno alla gravissima crisi finanziaria del 2008.

Si trattava, quindi, di una crescita economica ben diversa da quella avvenuta dopo la Seconda guerra mondiale (tutta basata sul “brick and mortar”), che aveva reso possibile il “compromesso” socialdemocratico con il capitalismo industriale di allora. Negli anni Duemila prevale invece la “finanziarizzazione” del capitalismo e si afferma l’idea che la ricchezza possa essere generata da “denaro che produce denaro”. La Sinistra non solo non legge criticamente i processi economici in atto, ma ne rimane, in buona misura, subalterna anche a livello di politica istituzionale e il prezzo che pagherà per questa miopia, sarà elevato.

All’inizio del nuovo secolo, dunque, il problematico rapporto della Sinistra con le istituzioni statuali e la politica istituzionale è una questione che rimane ancora non del tutto risolta, dal momento che essa non è stata compiutamente affrontata ed elaborata neppure quando sembrava che sussistessero i migliori presupposti per poterlo fare.

Nel periodo di ricostruzione e di crescita sul piano economico, sociale, civile e politico, che si aprì in particolare nei paesi dell’Europa occidentale dopo la Seconda guerra mondiale, la Sinistra avrebbe dovuto non semplicemente limitarsi a recepire e incorporare i principi e i valori

liberaldemocratici, ma appropriarsene criticamente in modo da colmare le lacune di “Teoria della Politica” da cui è sempre stata affètta fin dai suoi inizi e in modo da ampliare il suo orizzonte strategico in termini di iniziativa e di proposta politico-programmatica, in primo luogo ricollegandosi alle proprie radici originarie libertarie e anti-autoritarie.

Invece, il “compromesso”, che ebbe luogo, produsse una nuova forma di “istituzionalizzazione” dell’agire politico della Sinistra, gravida di implicazioni.

Accadde così che nell’iniziativa politica cominciasse a passare in secondo piano la “dimensione sociale”, a meno che questa non risultasse direttamente funzionale al sostegno delle politiche portate avanti in sede istituzionale.

Si fece strada, sottotraccia, una concezione che tendeva a identificare il “pubblico” con lo “statuale” (se non addirittura con lo “statale”).

Soprattutto, la Sinistra, una volta collocatasi a pieno titolo e senza riserve mentali entro la cornice costituzionale della democrazia liberale, non ebbe né l’intuizione né la determinazione di reinterpretarne e di “forzarne” valori e principi alla luce della propria visione della società e della propria esperienza storica, anzitutto assumendo come prioritario l’obiettivo di sostenere e difendere l’agire politico entro lo “spazio pubblico” come fatto autonomo, sempre fortemente in rapporto con la “dimensione sociale”, allo scopo di garantire la partecipazione dei cittadini al processo decisionale politico.

Questa operazione di “appropriazione critica” avrebbe potuto contribuire a dare alla Sinistra più ampio respiro strategico e migliore visione complessiva dei problemi reali e dei processi storico-sociali in atto. Si pensi, per esempio, al tema dell’ambiente, alla regolamentazione dei mercati (in particolare, di quelli finanziari), all’ampliamento della sfera delle libertà personali (su tutte, il diritto a poter esprimere senza condizionamenti la propria sessualità), alle contraddizioni da affrontare e

risolvere in un sistema di “welfare”, che andava sempre più burocratizzandosi e squilibrandosi al proprio interno, anziché tendere a un più avanzato grado di flessibilità e personalizzazione o, ancora, per parlare di un fenomeno di drammatica attualità, alle politiche volte a governare i fenomeni migratori di massa.

Si tratta di questioni che assumono oggi una straordinaria importanza, come si sa, ma che la Sinistra politica, espressione del movimento operaio organizzato, non è riuscita a vedere in anticipo e a valutare con lungimiranza. Questioni che devono essere trattate e governate non facendo “rivoluzioni” o “superando il capitalismo”, ma utilizzando spazi e strumenti politici presenti in un ordinamento politico-istituzionale di stampo liberale e democratico.

Perso un certo numero di occasioni e di opportunità, si arriva dunque alla Sinistra attuale: assorbita da una “monocultura istituzionalista” e sempre più priva di una base sociale di riferimento solida, organizzata e riconoscibile; in perdita di credibilità poiché incapace di rappresentare una alternativa reale alle forze moderate e conservatrici; impotente di fronte al fenomeno della concentrazione di una enorme ricchezza nelle mani di pochi e alla crescita esponenziale delle diseguaglianze economico-sociali; costretta a lasciare spazio e consensi a “populismi” di varia natura.

In una situazione siffatta, si potrebbe anche legittimamente pensare che siamo arrivati al capolinea di una lunga e gloriosa, per quanto contraddittoria e travagliata, parabola storico-politica.

Ma siamo davvero in grado di fare a meno della Sinistra?

“La Politica e la Sinistra”

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