Ricostruire una cultura politica di sinistra in Italia

Intervista a cura di David Allegranti.
Pag. 4 del Corriere Fiorentino di venerdì 4 luglio.

FIRENZE – «Enrico Rossi: molte chiacchiere e peso politico zero sullo smantellamento». Nei giorni scorsi l’ex europarlamentare Leonardo Domenici ha picchiato duro sul presidente della Regione, dopo la decisione del governo di portare la Concordia a Genova.

Perché questo attacco, Domenici?
«Il presidente della Regione ha un ruolo istituzionale, quindi ha anche un ruolo di responsabilità. Non è né un sindacalista né il capo di un comitato. Il problema quindi non è assumere una posizione, anche giusta, e poi dire “si vedrà”. Il problema è valutare quello che realisticamente può accadere. E molti sapevano che l’ipotesi dello smantellamento a Genova era la più probabile. Io credo che dire che bisogna fare una certa cosa e poi dare la responsabilità di questa scelta al governo, sapendo che molto probabilmente le cose sarebbero andate a finire così, sia una linea di comportamento un po’ propagandistica e poco istituzionale. Se sei il presidente della Regione, devi valutare che cosa significa e quali comportamenti avere, se la linea che hai proposto non si realizza. Faccio questo ragionamento perché alle volte mi è sembrato di vedere, nel comportamento di Rossi, la tendenza a quello che io definirei populismo dall’alto».

È una cosa che si dice di Matteo Renzi, questa.
«Può darsi che ci sia una involontaria tendenza imitativa».

È una tendenza che ha riscontrato altre volte?
«C’è stata una fase in cui Rossi ha cercato di essere l’alter ego di Matteo Renzi. Adesso la fase è differente e questo mix di Rossi, di demagogia, decisionismo e accordicchi politici, crea una certa confusione che non porterà bene né a lui né a quelli che gli stanno attorno».

Di quali accordicchi parla?
«In vista delle elezioni del 2015, mi pare di vedere dei tentativi di fare delle scelte che in qualche modo non determinino una situazione di conflitto con quell’area, quel mondo che fa da riferimento a Renzi».

È salito anche Rossi sul carro del vincitore?
«Non sto dicendo questo. Salire sul carro è una cosa diversa; lui è una personalità politica, è il presidente della Regione. La sua è una cosa diversa. In politica esistono gli accordi e gli accordicchi. I primi sono fatti alla luce del sole. Gli accordicchi sono fatti in ambiente più chiusi e ristretti portano a certi risultati. Non hanno nemmeno uno straordinario respiro».

Secondo lei Rossi lo fa perché vuole garantirsi una ricandidatura sicura nel 2015?
«È del tutto legittimo che sia preoccupato del 2015 e che stia cercando, seppure in modo un po’ confuso, una strategia in vista di quell’obiettivo».

Ha appena concluso un viaggio elettorale per le elezioni europee. Che Regione ha trovato?
«Ho trovato una Regione con zone di reale sofferenza dal punto di vista economico sociale. Non è una crisi propria solo di questa Regione. Però questa è una Regione ha visto entrare in crisi alcune realtà che fanno parte dell’identità stessa della storia della Toscana. E la Toscana deve interrogarsi su quale modello di sviluppo portare avanti. La Regione sta dando delle risposte ma questa è una fase straordinaria e le risposte standard non sono sufficienti. Bisognerebbe inventarsi qualcosa all’altezza per tornare a parlare con fiducia del futuro».

Livorno, Piombino, Siena. Perché queste zone, partito compreso, sono entrate in crisi?
«Ci sono gli effetti della crisi generale, che ha investito anche la Toscana. Di conseguenza ogni territorio ha bisogno di ripensare se stesso nel momento in cui si vuole guardare all’uscita dalla crisi. Ecco perché dico che ci vuole qualcosa di particolare, di straordinario, che mobiliti le forze realmente innovative che hanno voglia di fare, hanno possibilità di attrarre e portare anche qui forze e soggetti e dare la spinta del cambiamento, in modo da trovare la risposta giusta per l’adattamento di questo territorio alle novità storiche di oggi. Soprattutto all’indomani della fase di uscita dalla crisi economica sociale, che non è ancora finita».

Ma se lei fosse il presidente della Regione…
«… Non sono il presidente della Regione e non è nemmeno mio interesse pensare in questi termini».

Allora che cosa farà Domenici?
«Ho già la mia quarta vita; io mi sto cercando di organizzare in quella direzione. Intanto dico la mia. È stata una bella campagna elettorale, ho pagato il prezzo di una posizione autonoma e poco embedded nella logica correntizia. Comunque sono contento del risultato che ho avuto. Ho fatto una campagna elettorale bella e sono contento di averla fatta, ho parlato con tante persone».

Ma lei è arrabbiato con Rossi perché non è stato rieletto?
«Il discorso sulle prospettive della Toscana e delle sue sofferenze l’avrei fatto comunque, rieletto o no. Ma in questa campagna ho avuto modo di apprezzare e approfondire la conoscenza di varie persone. Questo riguarda anche lo stesso presidente della Regione».

A cosa si riferisce?
«Sto parlando di comportamenti. Rossi si è rivelato una persona altamente inaffidabile».

Non le ha dato una mano?
«Non vorrei entrare nei dettagli. Posso dire soltanto che ho conosciuto un aspetto che non conoscevo: un comportamento tipico di una personalità bipolare; dice una cosa e ne fa un’altra, essendo convinto di quello che dice in quel momento, salvo contraddirsi poi. C’è anche questo aspetto di carattere comportamentale. Ma non è legato alla sola sfera personale; è legato anche a un comportamento di tipo politico».

Come trova questo Pd?
«Io sono piuttosto estraneo a un certo tipo di logiche che appaiono predominanti e soprattutto questa logica di componenti e subcomponenti. Probabilmente, è colpa mia e ho pagato anche un prezzo per questa estraneità. Come noto, la libertà è un prezzo e il prezzo va pagato. E io l’ho pagato, non rimpiango, non ho nessun rimorso. Mi interessa un altro discorso. C’è bisogno di ricostruire una cultura politica di sinistra e in Italia, fino ad oggi, non si è fatto, o non lo si sia fatto con la dovuta coerenza. Credo che si sia scambiato il problema della ricostruzione di una cultura politica con l’ossessione per l’opposizione a Matteo Renzi. Le due cose vanno distinte. Il problema di ricostruzione di una vera cultura politica di sinistra va al di là del confronto con Renzi. Non ha a che fare con l’essergli pregiudizialmente a favore o pregiudizialmente contrario. Ricostruire nel Pd una cultura di sinistra solida e forte è nell’interesse generale dello stesso Pd».

Credits Corriere Fiorentino (pag. 4)