Capitolo 4

“DEISTITUZIONALIZZARE LA SINISTRA”

La Sinistra attuale vive e opera pressoché esclusivamente entro la dimensione della politica istituzionale: il suo rapporto con il mondo sociale reale sembra di fatto esaurirsi in una serie di campagne di opinione, in prevalenza di tipo mediatico o social-mediatico.

Proprio per tale ragione, questa Sinistra non può non porsi il problema della ricostituzione e della riorganizzazione di una propria base sociale di riferimento.
Come nel mito del gigante Anteo, che derivava la sua energia vitale dal contatto materiale con la madre Terra, la Sinistra politica può ritrovare la sua funzione storica nell’epoca odierna solo recuperando il rapporto con la sfera sociale e ricostruendo dentro di essa, in modo originale rispetto al passato, la sua presenza in relazione a specifiche esperienze associative.

In questo nuovo radicamento la Sinistra potrebbe ritrovare, come un novello Anteo, la forza necessaria per elaborare, proporre e praticare un agire politico in ambito statuale-istituzionale diverso rispetto a quello attualmente predominante, anche facendo i conti fino in fondo con limiti e contraddizioni soggettive, se non addirittura con la mancanza di una vera e propria “Teoria della Politica”, che è sempre stato uno dei suoi maggiori punti deboli, alle origini così come nella storia più recente.

In un certo senso, il primo passo dovrebbe essere rappresentato da una sorta di deistituzionalizzazione della Sinistra, allo scopo di spostare il baricentro della sua iniziativa politica e della sua capacità organizzativa verso la realtà sociale.

Naturalmente, questo non significa abbandonare le istituzioni per riproporre pratiche di tipo extra-parlamentare, idoleggiate negli anni Sessanta del secolo scorso oppure per tornare a concezioni puramente “strumentali” delle istituzioni statuali.
È evidente che il rifiuto “tout court” dell’agire entro la sfera istituzionale o l’idea di appropriarsi il “monopolio della forza” dello Stato al fine di superare il capitalismo e porre le fondamenta di una società socialista, costituiscono due tipi di approccio che si sono rivelati storicamente non solo impraticabili, ma anche disastrosi o devastanti.

Il punto è un altro: la Sinistra del Ventunesimo secolo o sarà sociale o non sarà.
Se la Sinistra vuole ridefinire una sua differenza positiva, una propria funzione specifica nella società globalizzata, nella quale la centralità del “consumo” ha sostituito quella del “lavoro” (il tradizionale territorio sociale di riferimento della Sinistra, soprattutto nella sua forma di “lavoro dipendente”), deve incardinare il senso primigenio del suo agire politico nella “dimensione sociale”, non in quella statuale-istituzionale. Da lì bisogna ripartire.

L’identità della Sinistra va riscoperta non nel “finalismo storico” imperniato sull’ideologia del futuro oppure nel “programmismo di governo” onnicomprensivo, ma nella capacità di produrre legami associativi, aventi scopi pratici, a partire da bisogni reali e di sostenere esperienze concrete di aggregazione sociale di ispirazione comunitaria e cooperativa, regolate da norme, orientate alla soluzione e alla gestione di problemi materiali o immateriali, del tutto aperte e flessibili. Opportunità per il miglioramento delle condizioni di vita e per l’ampliamento della sfera di libertà personale dei singoli individui associati, senza alcuna limitazione della loro autonomia.

In questo senso, il tratto identitario distintivo della Sinistra diviene la cultura della relazione, il fatto stesso in sé di stringere legami, mai indissolubili e sempre reversibili, basati sul senso della comune appartenenza di volta in volta finalizzata a uno scopo specifico.
È un “confederarsi fra sé” (per usare un’espressione di ascendenza leopardiana) per fini pratici, che non annulla le libere scelte di ciascuno né richiede preventiva adesione politico-ideologica, ma che nel suo svolgersi può creare i presupposti e le condizioni per finalità più ampie e complesse.

L’obiettivo è, in generale, tornare a fondare l’agire politico della Sinistra entro uno spazio pre-politico, contrastando l’idea, che tende a diffondersi nei periodi di crisi di fiducia e consenso come l’attuale, secondo la quale la politica, nel suo farsi dentro la sfera statuale-istituzionale, è sostanzialmente lotta per la conquista e il mantenimento del “potere-per-il-potere”, un gioco fine a se stesso che si autogenera, si autolegittima e si autoalimenta. Un modo sbagliato e distorto per ristabilire il principio, oggi smarrito, della autonomia della politica, magari rispolverando interpretazioni banalizzanti del pensiero di Machiavelli.

Deistituzionalizzare la Sinistra, dunque, significa dare priorità, nell’iniziativa politica, alla costruzione di queste reti di solidarietà e cooperazione, destinate ai fini più diversi, parallele e complementari (ma, comunque, autonome) rispetto a quelle istituzionali.
Significa condividere esperienze di mutuo sostegno e collaborazione, ispirandosi idealmente a quelle che “mutatis mutandis” contraddistinsero la nascita del movimento operaio organizzato.
Significa aggregare, associare e organizzare pezzi, anche piccoli, di società in nome del principio dell’aiuto reciproco.

La scommessa storica della Sinistra, nel periodo attuale, potrebbe consistere in questo: puntare sul fatto che questa società fluida e globalizzata, che sembra rendere effimero qualsiasi tipo di relazione o legame, creerà, per reazione, una nuova domanda di “associazionismo”, un bisogno di appartenenza sociale e finanche emozionale, cui il tradizionale modello di “welfare”, per un verso, e le classiche strutture organizzative politico-sindacali, per l’altro, non sono in grado di dare una risposta adeguata.

È, questo, un punto cruciale.
La preponderanza dei modelli culturali liberisti e conservatori ha portato alla convinzione, diffusa nel senso comune e ormai quasi data per scontata, che la società contemporanea sia soltanto una semplice sommatoria di singoli individui. Non è così, ma questa idea ha prodotto molte conseguenze importanti anche sul piano dell’agire politico, come si è visto a proposito dell’uso delle risorse economiche e dello “spazio mediatico” ai fini della ricerca del consenso.

La società, invece, esiste non come insieme indifferenziato di singoli soggetti, ma in quanto aggregazione di gruppi e di sottosistemi sociali, numerosi e organizzati in maniera varia, per mezzo dei quali gli individui partecipano alla vita civile e definiscono la loro stessa identità sociale, culturale e politica.
La Sinistra deve concorrere a mettere assieme una parte di questa realtà sociale, che può essere la sua parte e ciò può avvenire, appunto, anche contribuendo a dare vita a quella rete di esperienze cooperative e solidali, che potrebbero rappresentare un pezzo importante di “società civile”.

In termini di storia e cultura politica, si tratta in effetti di qualcosa di non molto dissimile da quello
che facevano gli attivisti socialisti agli albori del movimento operaio, quando mettevano in piedi scuole per i figli dei lavoratori od offrivano assistenza sociale e sanitaria nelle degradate periferie delle città industriali a partire dai primi anni del Diciannovesimo secolo.

Non si tratta della medesima situazione, è ovvio, ma lo spirito dovrebbe essere lo stesso.
È uno spirito che dovrebbe animare anche molti esponenti e dirigenti politici della Sinistra, impegnati nell’attività politica dentro le istituzioni: forse, sarebbe meglio dedicare più tempo alla “dimensione sociale” del fare politica, anziché farsi avviluppare in improduttive “routine” parlamentari o in superflue riunioni autoreferenziali. E anche qualche giovane futuro “quadro”, in fase di formazione per entrare nella vita politico-istituzionale, potrebbe proficuamente alternare gli “stage” presso parlamenti o altri enti, con qualche attività sul campo, per esempio nei quartieri urbani socialmente più complessi, nelle realtà del lavoro produttivo, nei centri di accoglienza per i rifugiati e, comunque, nei posti in cui si vivono particolari problematiche e ci sia bisogno di svolgere una azione di sostegno sociale.

D’altra parte, è proprio dalla realtà economica e sociale odierna, in rapida trasformazione sia per lo straordinario impatto della tecnologia che per il diffondersi di nuovi modelli di produzione e di consumo, che possono giungere idee originali e nuovi stimoli alla politica istituzionale della Sinistra. La presenza massiccia e il continuo progredire dei sistemi di comunicazione, la disseminazione di tecnologie in grado di mettere in comunicazione “cose” e “persone” (si pensi all’”Internet of things”, che offre la possibilità di trasmettere dati in tempo reale a qualsiasi piattaforma infotelematica, grazie all’applicazione quasi molecolare di “software” e sensori) o l’uso di sistemi di produzione potenzialmente rivoluzionari, se adeguatamente diffusi, come la “stampa in 3D” – sono alcuni esempi, non certo fantasiosi, di come oggi sia possibile lo sviluppo di una “economia della condivisione” (la “sharing economy”) sia sul fronte del consumo che su quello della produzione di beni e servizi comuni (sul modello dei “Collaborative Commons”), attraverso una rete autonoma ed estesa di esperienze di associazione solidale e cooperativa.

Non si dovrebbe, tuttavia, pensare a una realtà alternativa o alla costituzione di comunità separate: la rete delle esperienze solidali e cooperative può benissimo convivere e intrecciarsi con la tradizionale e predominante economia di mercato di tipo capitalistico, distinguendosi tuttavia da questa e rendendosene per quanto possibile autonoma. Così come tale rete potrebbe ben interagire con la sfera della politica istituzionale e della pubblica amministrazione.
Già oggi il mondo del “privato sociale” o del volontariato, ad esempio, offre suggestioni e punti di riferimento importanti in questo senso, mostrando come sia possibile svolgere funzioni pubbliche senza essere enti statali (un agire, quindi, né statuale né per interesse economico privato a scopo di profitto) oppure produrre “beni relazionali”, non di carattere pubblico generale né esclusivamente destinati al mercato.
Le stesse strutture organizzative più tradizionali legate alla storia e alla cultura politica della Sinistra (partiti, sindacati, movimento cooperativo, associazionismo culturale e così via) dovrebbero orientarsi nella direzione di queste esperienze sociali, incrementando (laddove già non lo facciano) il loro livello di impegno su questo piano.

Le nuove potenzialità connesse alle tecnologie dell’informazione e le “maglie larghe”, gli spazi di opportunità che si aprono dentro la stessa economia capitalistica globalizzata, rendono queste pratiche molto meno astratte e complicate di quanto possa apparire a un primo approccio.
È all’interno di queste “maglie larghe” che oggi diventa possibile realizzare forme più avanzate e flessibili sia di associazione comunitaria che di libertà personale, in un modo che non si esprima esclusivamente attraverso l’interazione banale dei social-network o le pratiche convenzionali del “consumo di massa”, come accade di regola nella nostra vita quotidiana.

È a queste nuove esperienze che la politica istituzionale della Sinistra dovrebbe fornire corrispondenza e appoggio.
È da questo rinnovato coinvolgimento nel sociale che può venire l’impulso per cambiare la modalità dell’agire politico e riformare le istituzioni statuali.

“La Politica e la Sinistra”

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