Conclusioni

“UNA NUOVA IDEA DI POLITICA ISTITUZIONALE”

Deistituzionalizzare la Sinistra e riconfigurarla entro la “dimensione sociale” vuol dire anche cambiare il modo di vedere, vivere e “agire” le istituzioni politiche, ridefinendo il senso e il modo dello stare dentro di esse.

Il riferimento non è ai “programmi di governo”, che hanno a che fare con i problemi reali più urgenti da affrontare e risolvere di volta in volta, rispetto ai quali certamente si possono dare metodi di approccio e proposte di soluzioni diverse a seconda di chi si trova a governare (si pensi, per fare degli esempi collegati alla attualità, al nodo della riduzione della spesa e del debito pubblico, al fenomeno delle migrazioni di massa o al tema della sicurezza di cittadini).
Neppure si intendono quegli obiettivi strategici che dovrebbero comunque continuare a caratterizzare l’agire della Sinistra entro la sfera politico-istituzionale, a fronte dei mutamenti strutturali a livello economico-sociale e degli effetti devastanti della crisi di quest’ultimo decennio (lotta per ridurre le diseguaglianze; misure a favore dell’integrazione sociale e culturale; strategie finalizzate a investimenti per creare lavoro in un’ottica di sviluppo equo e sostenibile; iniziative per l’ampliamento delle libertà e dei diritti civili).

Si tratta di una questione di impostazione teorica e culturale, prima ancora che politica.
Il punto centrale è correggere quella “torsione istituzionalista” che, col tempo, è venuta a connotare l’agire politico della Sinistra e fare riemergere la consapevolezza che la politica non è soltanto quella che si fa dentro le istituzioni. E che le istituzioni stesse, se non adeguatamente “contenute”, possono snaturarsi fino provocare aberrazioni.
Questo approccio teorico e culturale dovrebbe portare la Sinistra a riscoprire le sue radici libertarie e la sua anima anti-autoritaria e a fondare la propria attività politico-istituzionale sulla spinta propulsiva derivante da una rinnovata immersione dentro la realtà sociale.
In una visione di questo tipo, l’individuo (inteso come “persona”) rimane al centro dell’attenzione: per quanto sia percepito e si possa autopercepire, nella sua singolarità, come “cittadino” e quindi come parte di una rete di relazioni e di una “questione sociale” più generale, la sua dignità personale e i suoi diritti fondamentali dovranno essere sempre tutelati, anche rispetto all’agire delle istituzioni politico-statuali.

Ridimensionare lo spazio volumetrico della politica istituzionale e non vederla come unica (o quasi) espressione dell’agire politico, non vuol dire oscurarne l’importanza, ma ridarle i giusti limiti, ritracciarne i confini e restituirle profondità e spessore nell’esercizio delle sue funzioni fondamentali.
Si potrebbe parlare della necessità di una concezione al tempo stesso riduzionista, in termini generali e potenziatrice, rispetto a particolari campi d’azione.

Riduzionista, nel senso di avere ben chiaro ciò che la politica istituzionale non può fare o non deve più fare, operando un ridimensionamento rispetto a concezioni e pratiche di epoche passate, per avere un agire politico consapevole dei propri limiti, ricondotto entro confini appropriati e proporzionati, secondo il principio della limitazione del “potere sovrano”, fondamentale per un ordinamento liberale e democratico, in cui la misura è tutto. Per la Sinistra, in particolare, si tratta di evitare di ricadere nella illusione di poter conferire alla politica istituzionale, ancora una volta, funzioni ultronee ed eccedenti e di accantonare definitivamente l’equivalenza di “pubblico” e “statale” e l’idea fuorviante che il mutamento storico-sociale dipenda dall’azione del livello statuale.

Potenziatrice, poiché l’agire politico-istituzionale, elevando il proprio livello di preparazione culturale e di competenza tecnica, oltre a esercitare le proprie prerogative connesse alla corrente attività di governo, dovrebbe concentrare il suo impegno sul versante della definizione degli indirizzi strategici a medio e lungo termine e nella attività di regolamentazione degli altri “poteri” (in primo luogo, quello economico-finanziario e quello burocratico-amministrativo), in una condizione il più possibile di autonomia, ovviamente sempre entro i limiti giurisdizionali posti dallo “stato di diritto”.

Il contesto più idoneo per questa operazione di reimpostazione teorica e culturale non può che essere quello dello “spazio pubblico” liberale e democratico.
Sempre che non arrivi qualcosa o qualcuno ad alterarne la natura o perfino a rimetterne in discussione l’esistenza: il grande interrogativo politico di questo inizio di secolo, infatti, riguarda la capacità dei sistemi istituzionali di democrazia liberale di saper gestire gli “shock” di vasta portata, che possono essere provocati dai grandi fenomeni e dai gravi problemi del nostro tempo, senza derogare ai propri principi fondamentali.

La globalizzazione; le conseguenze della grave crisi del 2008, cominciata come finanziaria e divenuta poi economica e sociale; la difficile gestione del fenomeno epocale delle grandi migrazioni di massa; il terrorismo rivolto a colpire indiscriminatamente la popolazione civile; le minacce di conflitti nucleari o il rischio dell’uso di nuove armi altamente distruttive; i mutamenti ambientali e climatici: queste sono oggi alcune delle principali sfide da affrontare e governare per gran parte del mondo, ma rappresentano un banco di prova in primo luogo per regimi politici di carattere liberale e democratico.

In periodi storici passati, quelle che potremmo definire “crisi di sistema” (tali, cioè, da mettere in discussione la tenuta di una intera società) venivano quasi sempre risolte facendo ricorso all’uso della forza e della violenza, per mezzo di guerre, rivoluzioni o colpi di stato.
Nel tempo attuale, la politica istituzionale democratica e liberale può rappresentare la migliore alternativa contro questo tipo di vie d’uscita da situazioni di crisi profonda.
Soluzioni che non mettano in discussione i diritti fondamentali della persona (sia individuali che collettivi) e la pratica del metodo democratico, dovrebbero rappresentare la via maestra da seguire.

È giusto, oggi, essere ragionevolmente preoccupati per le grandi incognite del presente e del futuro prossimo e per le minacce esterne incombenti, che possono farci regredire rispetto a principi e pratiche di libertà e democrazia?
Probabilmente sì. Anche perché le minacce “esterne” finiscono per alimentare molto spesso quelle “interne”, sovente assai più pericolose, creando in tal modo un delicato e problematico “doppio fronte” da gestire.

È evidente che tutto questo non riguarda soltanto la Sinistra, ma la Sinistra deve essere consapevole della funzione molto rilevante che le spetta su questo piano.
Una Sinistra più sociale, libertaria e democratica dovrebbe, in primo luogo, battersi per preservare e difendere i principi fondativi liberali e democratici su cui poggiano le istituzioni politiche.
Perché questo possa avvenire, è di primaria importanza un agire politico autonomo, non subalterno nelle sue decisioni alle pressioni di poteri esterni, capace di porsi in una nuova e più profonda relazione con la “dimensione sociale”.

La condizione per ricostruire una solida base di fiducia e di consenso per la politica della Sinistra, è fare in modo che essa esca dalla logica meramente istituzionale che oggi ne caratterizza l’agire e l’iniziativa. Uscire dalla logica di ciò che si è metaforicamente definito “meccanismo unico”.
La ricostruzione del rapporto col “sociale” potrà servire a questo scopo e avere un effetto positivo più generale: contribuire a riavvicinare “politica” e “società” e rafforzare i principi di libertà e di democrazia, migliorando il funzionamento delle istituzioni politiche che dovrebbero incarnarli.

“La Politica e la Sinistra”

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