Capitolo 1

“COME SI È TRASFORMATA LA POLITICA”

Oggi la politica istituzionale a livello di stato nazionale appare molto indebolita, depotenziata, svuotata di contenuti e sostanzialmente incapace di governare gli eventi in un mondo al tempo stesso frammentato e integrato globalmente.

I vincoli politici esistenti a livello sovranazionale, i patti di stabilità economica, gli accordi intergovernativi, l’enorme potere dei mercati finanziari e delle imprese multinazionali sono alcuni dei principali fattori di condizionamento delle decisioni politiche di governo degli stati.

Il tentativo, pur giusto, di trasferire sovranità a livello di istituzioni sovranazionali, sempre più strutturate e dotate di poteri propri, non ha ancora prodotto risultati all’altezza dei processi di trasformazione del mondo attuale e ha manifestato nuovi problemi e contraddizioni, come dimostra la crisi profonda che sta attraversando l’Unione Europea.

Sul piano delle politiche sociali, i livelli di guardia raggiunti dalla pressione fiscale rendono difficile immaginare un ulteriore uso di questa leva per ampliare il “welfare”, anche se rimarrebbero margini importanti di recupero di risorse economiche da una rigorosa lotta all’evasione e all’elusione sul piano internazionale (i “paradisi fiscali”), per la quale sembra tuttavia mancare una seria volontà politica dei governi di vari paesi.

La spesa pubblica deve comunque essere contenuta, mentre le problematiche che si aprono sul fronte della previdenza sociale, in buona parte connesse all’aumento della quota di popolazione anziana e al declino della natalità, richiedono inevitabilmente una riorganizzazione dei meccanismi dello stato sociale, combinata con un alleggerimento della pressione fiscale su lavoro e imprese.

Il fatto è che, in questo quadro generale, la politica statualizzata conta sempre meno e l’agire politico dentro le istituzioni ha perso efficacia in maniera sostanziale.

Il crescente indebolimento nei confronti di altri poteri (in primo luogo, ma non solo, quello economico-finanziario) ha fatto perdere alla politica molta della sua autonomia.

È andata riducendosi e dissolvendosi la natura della politica istituzionale come “fatto pubblico autonomo”, principio che si era invece affermato (sia pure con limiti e contraddizioni) con la costituzione o il rafforzamento degli stati nazionali di matrice liberaldemocratica nel Secondo dopoguerra, in particolare nell’Europa occidentale. A rimetterci, è stata soprattutto la Sinistra, che a un certo punto non è riuscita nemmeno più a compensare la propria perdita di radicamento nella società con politiche economico-sociali espansive, come invece poteva avvenire in passato.

Ciò che ha maggiormente contribuito a questo fenomeno di alterazione dello “spazio pubblico” e alla perdita di autonomia della politica, è che la logica dell’agire politico, soprattutto a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, si è identificata sempre di più con quella del “privato economico”. Non ci si riferisce tanto a particolari o specifici comportamenti personali, per quanto essi possano essere importanti, ma piuttosto a una cultura, a un modo di pensare e di fare, a una prassi che è divenuta predominante e ha permeato lo “spazio pubblico”, soppiantando l’idea e la pratica della politica istituzionale che, appunto dentro tale spazio, dovrebbe caratterizzarsi in modo autonomo rispetto ad altri poteri esterni.

Il problema ha riguardato principalmente la relazione con il sistema economico-finanziario.

Con una metafora, si potrebbe dire che la Politica ha progressivamente perso la sua partita con il Denaro.

Il neo-liberismo e la “deregulation” del periodo reaganiano-thatcheriano aprirono le porte, come è noto, a una più generale offensiva politico-culturale conservatrice, che si presentò tuttavia come “rivoluzionaria” (in Italia farà lo stesso Berlusconi, all’inizio degli anni Novanta), perché prendeva le mosse dall’emergere di problemi reali nella politica istituzionale di ispirazione keynesiana e socialdemocratica, molto forte fino a quel momento, se non addirittura egemone.

Il “nuovo liberalismo” intendeva in un certo senso tornare alle origini, riproponendo i valori della libertà di iniziativa economica e della tutela della proprietà privata come le vere idee-base originarie da cui era derivato, solo come conseguenza, il liberalismo politico: si tratta di quel che sarà poi definito “liberismo”.

In realtà, tale approccio era del tutto astratto e anacronistico, poiché non teneva minimamente conto delle trasformazioni cui era andato incontro il sistema economico capitalistico, che, ben lungi dall’avere il carattere dell’economia di mercato pura in cui si sprigiona liberamente lo spirito di iniziativa dell’impresa privata, era diventato prevalentemente monopolistico od oligopolistico e si stava avviando allo stadio della sua estrema finanziarizzazione.

Ciò detto, questo nuovo “liberalismo-liberista” fu efficace per poter sviluppare una campagna politica e culturale di vasta portata.

L’intervento pubblico in economia cominciò ad essere rappresentato come uno strumento desueto, facente parte dell’armamentario politico del passato.

La “crisi fiscale dello stato” fu argomento utilizzato per mettere sotto accusa i livelli di tassazione dei contribuenti.

L’ipertrofia degli apparati burocratici, l’eccesso di legificazione e la complessità dei meccanismi amministrativi legittimarono un attacco spesso indifferenziato e generalizzato allo stato sociale, che fu individuato come fonte principale della crescita incontrollata della spesa e dello “spreco” del denaro pubblico.

In poche parole, il “conservatorismo di cambiamento” (se è lecito l’ossimoro) degli anni Ottanta/Novanta ebbe il sopravvento, anche grazie alle non irrilevanti bocche da fuoco che, in termini di mezzi e risorse, il potere economico gli aveva messo a disposizione.

L’approccio della Sinistra, soprattutto quella socialdemocratica, alla politica istituzionale fu travolto da questa offensiva.

Da quel momento, il Denaro ha cominciato a “comprarsi” la Politica e l’ha pervasa della sua logica.

È aumentata l’importanza dei soldi nella vita politica. Sono cresciuti a dismisura i costi, in particolare quelli delle campagne elettorali. Hanno assunto carattere sistemico le forme di finanziamento illecito o illegale. Infine, è arrivato il momento (che dura tuttora) dell’ingresso diretto sulla scena politica di persone dotate di cospicui patrimoni personali.

Al tempo stesso, a livello di cultura pratica e comportamenti diffusi, si è affermata l’idea che la politica istituzionale debba ispirarsi, per il proprio buon funzionamento, a modelli e procedimenti propri del mondo degli affari economici, ciò che possiamo per brevità chiamare la “logica del business”.

Anche nel linguaggio politico sono diventate correnti (e inflazionate) espressioni come “innovazione”, “competizione”, “produttività”, “rapidità decisionale” e così via, che se da un lato fanno riferimento a un motivato bisogno di riforme delle istituzioni e della pubblica amministrazione per migliorarne il funzionamento, dall’altro vengono mutuate acriticamente, senza nessun adattamento specifico al contesto della politica istituzionale come “fatto pubblico”, che non potrà mai essere ridotta a mera “tecnicalità” efficientistica o esclusiva rappresentanza di interessi particolari, poiché è contraddistinta evidentemente da presupposti, condizioni e finalità, nel modo di operare, del tutto diversi rispetto alla “logica del business” e alla sua natura di “fatto privato”.

Abbiamo avuto un piccolo, ma significativo esempio di questa plastica adesione del dibattito politico al modello culturale del “business”, quando si è sentito argomentare che l’ultima proposta di riforma della Costituzione italiana, poi bocciata nel referendum popolare del 4 dicembre 2016, si rendeva necessaria, fra l’altro, per aumentare il livello di “efficienza” del sistema istituzionale del paese (parlamentare e di governo) allo scopo di attirare capitali dall’estero in Italia.

Tuttavia, l’aspetto più significativo della penetrazione della sfera economico-finanziaria (che possiamo, appunto, definire simbolicamente “Denaro”) in quella politico-istituzionale riguarda la sempre più diretta dipendenza del debito sovrano dai mercati globalizzati e dal sistema bancario, fenomeno che, pur essendosi verificato anche in altri periodi storici, mai aveva raggiunto queste proporzioni.

Ciò che qui interessa, è considerare come questa crescente dipendenza abbia contribuito alla graduale erosione di quel margine di autonomia, per quanto relativo, che dovrebbe contraddistinguere l’agire politico nel contesto di un regime di matrice liberaldemocratica.

L’ulteriore pesante conseguenza di questo fenomeno è che si è venuto creando una sorta di colossale “meccanismo unico” fra politica istituzionale pubblica e potere economico-finanziario, che ha portato tale dipendenza a diventare reciproca. Un “meccanismo unico” che, con tutti i suoi problemi e le sue contraddizioni interne, ha preso campo e, una volta avviatosi, ha continuamente bisogno di autorigenerarsi, almeno fino alla prossima crisi finanziaria.

Dentro un sistema così integrato, anche questa politica infragilita e dipendente, separata e autoreferenziale, svuotata di senso e di contenuti ha bisogno di riprodursi e perciò deve rincorrere il consenso, ancora una volta usando la “logica del business” e ricorrendo a un altro essenziale elemento, che entra a far parte del “meccanismo unico”: lo “spazio mediatico”.

La sfera pubblica politica viene trasformata in mercato elettorale.

Vincere le elezioni diventa sempre di più un problema di uso del “marketing” appropriato.

Il cittadino-elettore è confinato nella posizione di “spettatore-merce”, il cui consenso può essere acquisito per mezzo dei sistemi tradizionali, adeguatamente riveduti, corretti e rimpolpati grazie all’afflusso di più sostanziose risorse private oppure attraverso la presenza mediatica (che, naturalmente, ha anch’essa un costo), vale a dire l’autorappresentazione dell’agire politico sotto forma di spettacolo, dove i leader, più che “personaggi”, diventano propriamente “attori”, entro uno “spazio” opportunamente manipolato.

O ancora, si può cercare di influenzare e appropriarsi il cittadino-elettore grazie all’uso abile e mirato dei “social-network”, nuovo utile strumento di possibile condizionamento dell’opinione pubblica, nell’universo della frammentazione sociale in cui ci troviamo immersi.

In generale, si tende a ricercare il consenso rivolgendosi a un generico “tutti”, a un indistinto popolo, con l’obiettivo di “piacere” al maggior numero possibile di persone, tutte quante sempre da considerarsi come potenzialmente conquistabili e quindi da assecondare, a prescindere dalle loro convinzioni e appartenenze oppure anche come “acquistabili” in senso letterale (si pensi, per esempio, alla pratica del “voto di scambio”), alla faccia del prezzo che si deve pagare in termini di coerenza politica o anche di vero e proprio costo economico.

In ogni caso, la natura dell’agire politico come “fatto pubblico autonomo” risulta alterata da questi fenomeni, con una conseguente perdita di senso e di contenuto.

La politica istituzionale, dunque, conta meno ed è meno autonoma, anche se, come spesso accade, la rappresentazione di un fatto tende a sopravvivere ai mutamenti inerenti al fatto stesso, per cui si continua ad attribuire una incidenza decisionale e una libertà di iniziativa alle istituzioni politiche molto maggiori di quelle che abbiano effettivamente.

L’unica forma di “autonomia” che sembra restare in piedi è quella del “meccanismo unico politico-economico-finanziario-mediatico”, che mira soltanto a replicare se stesso.

La Sinistra dovrebbe provare a sottrarsi a questa onnivora dinamica autoriproduttiva, proponendo

un punto di vista diverso rispetto a quello predominante, con l’obiettivo di restituire alla politica istituzionale il suo tratto caratteristico essenziale di “fatto pubblico autonomo” e di preservare e rafforzare le prerogative di un ordinamento costituzionale di tipo liberaldemocratico.

Tuttavia, per fare questo, è indispensabile una precondizione: ridare priorità alla dimensione sociale nell’iniziativa politica della Sinistra, proiettandola in modo prevalente al di fuori di quel circuito istituzionale, che sembra oggi assorbirla pressoché totalmente.

“La Politica e la Sinistra”

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